Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (su Doppiozero)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, Alegre 2018

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«Ma nel calcio come nella vita non c’è nulla di romantico.»

 

Colombia – Inghilterra, ultimo ottavo di finale di questi strani Mondiali di calcio, è finita mezz’ora fa. Un’altra partita mediocre che segue una lunga serie di partite mediocri. Se pensiamo alla bellezza del gioco, ci accorgiamo che è uno dei peggiori campionati del mondo a cui abbiamo assistito; ma la bellezza e il divertimento non significano sempre la stessa cosa. Considero Russia 2018 un torneo divertente, a dispetto del gioco; forse perché l’Italia non partecipa e mi permette di guardare le partite e di immaginare gli abbinamenti successivi in maniera più rilassata, oppure perché stanno capitando un sacco di risultati a sorpresa (anche se la sorpresa quando si parla di calcio è sempre relativa) o comunque decisi all’ultimo secondo. L’Inghilterra pareva aver vinto fino a quasi al novantesimo, con un calcio di rigore realizzato da Harry Kane, unico gol di una partita brutta, bloccata, fallosa, dove il numero dei tiri in porta è stato prossimo allo zero; e invece, il difensore della Colombia, Mina ha pareggiato – realizzando il suo terzo gol in questo mondiale – con un perfetto colpo di testa su calcio d’angolo, e quindi tempi supplementari e successivi rigori. Hanno vinto gli inglesi e se per via degli incroci si dovesse arrivare a una semifinale Russia – Inghilterra, con le implicazioni politiche che porterebbe quella gara con sé, forse Luca Pisapia avrebbe voglia di aggiungere un capitolo al suo bellissimo Ho ucciso Paul Breitner (Alegre, 2018), uscito il 21 giugno. [continua a leggere su Doppiozero]

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Qualcuno ha notato (a mia madre)

Canale della Giudecca, foto gianni montieri

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Qualcuno ha notato il mio colpo d’occhio
complimenti, mi sono detto.
Come ha scritto Bodei posso
guardare sia la veranda sia il giardino
posso stringere lo sguardo
e tenerti qui vicino
posso percepire un oggetto
nella mia evoluzione del vedere
ma sapere come stia mia madre
stasera, mentre sta per piovere
sul Canale della Giudecca non è semplice.
Bodei, o chi per lui, mi direbbe
di telefonare, e allora telefono.

 

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poesia tratta dalla raccolta inedita “Le cose imperfette”


Chris Offutt, Country dark (su Doppiozero)

Chris Offutt, Country dark, minimum fax 2018, trad. Roberto Serrai

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“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.”

Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.  [continua a leggere su Doppiozero]


Emma Glass, La carne (su minima & moralia)

Emma Glass, La carne, Il Saggiatore 2018, trad. di Franca Cavagnoli

 

«Peach. Non scappare più. Ti amo Lincoln.»

Il male e la paura, non possiamo evitare di averci a che fare, di incontrarli, di sopportarli, di viverli. Scopriremo il male sotto la sua peggior manifestazione, saremo preda delle paure più profonde. Tenteremo di schivare, di proteggere noi e chi ci sta accanto, ma spesso falliremo. Arriverà quel male che ci seguirà passo passo, che si impossesserà di ogni centimetro di pelle, che prenderà casa nella nostra stessa carne. La paura poi ci toglierà il respiro, ci farà sentire in bilico, ci costringerà a guardarci le spalle, a tenere le luci accese, a cercare conforto e, allo stesso tempo, tacere. Assoceremo male e paura alla voglia di scappare e al buio, e non sapremo che fare. Prima o poi accadrà. Se saremo fortunati ne saremo soltanto sfiorati, ne verremo fuori, troveremo uno spiraglio, una via di fuga. Se saremo sfortunati e occupati dal male quello vero, che è fatto di cattiveria e presunzione, che è un’invasione, un accanimento, un inseguimento, soccomberemo, a meno che da qualche parte non troveremo la forza di attaccarlo a nostra volta.  [continua a leggere su minima&moralia]


Roberto Bolaño, I cani romantici (su Minima & Moralia)

I cani romantici

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Roberto Bolaño, I cani romantici, Trad. Ilide Carmignani, Sur 2018

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In Chiamate telefoniche (Adelphi, traduzione di Barbara Bertoni), Roberto Bolaño apre il racconto dedicato a Enrique Vila-Matas così: «Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.»; è una delle frasi di Bolaño a cui sono più affezionato, l’ho imparata a memoria, naturalmente, ma non è questo il motivo per cui ci sono affezionato, il motivo è un altro ed è più importante.

Questa frase è la biografia dello scrittore cileno, è la chiave di accesso alla sua scrittura, e alle mappe che tessute una dopo l’altra formano una sola infinita e perfetta opera letteraria. Bolaño, potremmo azzardare, è l’unico scrittore che il suo ipotetico Meridiano l’ha curato da solo. La frase è saltata fuori dalla mia memoria qualche giorno fa quando mi è arrivato I cani romantici (Sur, traduzione di Ilide Carmignani), libro di poesie che io e molti lettori italiani aspettavamo da molti anni, al punto d’aver provato a tradurci (fallendo) alcuni testi da soli. Ho aperto una pagina a caso e i primi versi che ho letto, a metà di una poesia, sono stati questi: «Un cileno formato in Messico può sopportare di tutto, / pensavo, ma non era vero.», ci si può commuovere per molto meno. [continua a leggere su minima&moralia]


Festival dei matti 2018 (qualche immagine)

Qualche scatto dal Festival dei Matti 2018. A Margine. Abitare luoghi comuni

il resto delle foto le trovate qui  “A margine

 

 


Guido Cupani, Meno universo (su Huffpost)

Guido Cupani, Meno universo, Dot.com Press, 2018

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Il “Meno universo”di Guido Cupani (Dot.com Press, 2018) è l’universo che basta, che conta; è il campo che si restringe alle cose che contano, a quelle che restano. Si tratta di un universo che si raggiunge togliendo, scoprendo il nucleo, e il nucleo è fatto di carezze, di sorrisi, di nascite, di andate e di ritorni, e il nucleo è una cucina e chi siede intorno al tavolo, e il nucleo è un treno e ognuno che sale e che scende.

Si può essere più di così?

[continua a leggere su HuffPost]


Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco (su Minima & Moralia)

Risultati immagini per l'esercizio del distacco

Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco, Bollati Boringhieri 2018

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«Ecco quello che sentivo, l’assoluto piacere di dilatare la vita, di rallentare il futuro, come l’eccitante visione al rallenty di una pallottola che va a bersaglio e tu sai che provocherà una ferita.»

Dilatare la vita, rallentare il futuro, potrebbero sembrare due cose che stanno agli opposti; se li dilato, rendo più lunghi, infiniti, gli attimi che sto vivendo, se provo a tenere fermo tra le mani, a punta di sguardo, un momento (o addirittura giorni che mi paiono perfetti), io declino il tempo in un lungo presente perché solo quello esiste, in quel senso rallento il futuro, non gli apro la porta, non gli concedo l’agio di riguardarmi, almeno per un pezzo. Il tempo da fermare qual è se non quello dell’adolescenza? Il giorno prima che la vita adulta ci riguardi, quello è il futuro da rallentare, un futuro fatto di responsabilità e debolezze, di certezze, di noia, di inevitabili sconfitte o perdite. [continua a leggere su minima & moralia]


su “Barlumi di storia” di Raboni (per Il Piccolo di Trieste)

 

Su “Il Piccolo” di Trieste per la rubrica “consigliato dallo scrittore”, domenica 27 maggio ho parlato di Barlumi di storia di Giovanni Raboni

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Philip Roth non esce di scena (su Doppiozero)

Philip Roth non esce di scena

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Sovversione. È questa la prima parola che mi viene in mente se penso alla scrittura di Philip Roth, attraverso i suoi libri ha invertito l’ordine prestabilito delle cose, riducendo a brandelli il sogno americano, dimostrandone l’impossibilità, partendo dalle relazioni di coppia, dalla famiglia. La morale e il finto perbenismo che accompagnano la tradizione nordamericana sono stati smontati da Roth, punto per punto, convinzione per convinzione, falsità per falsità. Ogni romanzo che ho letto e amato tra i suoi, e l’elenco è molto lungo, mi ha mostrato una nuova prospettiva: storica o privata, del singolo o collettiva. Tra i sinonimi del verbo sovvertire c’è anche rovesciare che rende ancora meglio l’idea che mi sono fatto della capacità di osservare e quindi di scrivere di Philip Roth. Uno scrittore, anche molto bravo, per fare un esempio, di un tappeto ti mostrerebbe la superficie e la polvere nascosta sotto; Roth da subito ti fa guardare il retro del tappeto, lì dietro, tra il tessuto e la polvere, c’è il posto in cui stanno davvero nascoste le cose, quelle che nessuno conosce, quelle che si danno per scontate, quelle che a nessuno conviene mostrare. A sollevare il tappeto e a spazzare la polvere ci arrivano tutti, il retro non lo guarda nessuno. Questa operazione Roth la congegna frase dopo frase.

«La crudeltà è camuffata da “autostima” perduta. Anche Hitler mancava di autostima. Era il suo problema»

[continua  a leggere su Doppiozero]


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