su Chris Cornell (su Interno Poesia)

Qualcuno ha twittato: “È morto
Chris Cornell”. In ufficio è calato
il silenzio, non che si parli molto
poi qui dentro.

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© Gianni Montieri

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Salvador Elizondo, Farabeuf (su minima & moralia)

Salvador Elizondo, Farabeuf o la cronaca di un istante, trad. Giulia Zavagna, introduzione di Alessandro Raveggi, Liberaria edizioni, 2018

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«La vita era soggetta  a una confusione nella quale era impossibile distinguere il presente dal passato.»

Questa affermazione che leggiamo nelle prime pagine di Farabeuf ci dice già molto del gioco al quale Salvador Elizondo sta invitando il lettore a partecipare, solo che il lettore non lo sa, quando legge la frase non sa ancora nulla, ma è già confuso, è già irrimediabilmente catturato dall’istante che si dilaterà nell’arco della storia. Istante che si farà piccolo fino a sparire, che si espanderà fino a moltiplicarsi all’infinito, come in una rifrazione perpetua.  [continua a leggere su minima&moralia]


Intervista su “Inchiostro”

@copyright anna toscano

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La raccolta che precede «Avremo cura» è «Futuro Semplice», del 2010. Mi dica se sbaglio, ma, leggendo il testo, la cosa che più incoraggia è la sensazione che la via della solitudine che percorrono le parole sia alla disperata ricerca di un “tu” al quale parlare. Le porgo dunque questa domanda: quando la poesia interessa anzitutto come espressione empatica di vissuti esperiti, quanto conta invece la sua architettura stilistica? O, per meglio dire, quanto – in questo caso – la comprensione del dettaglio, quanto quella della ricerca fenomenologia dell’origine, incide sulla crescita del personale “benessere” derivante dall’immedesimazione emotiva? Riassumendo: quanti livelli di comprensione crede esistano – se esistono – nella lettura di una poesia?

Credo che i livelli di comprensione in poesia siano infiniti. Contano poi, in egual misura, l’espressione empatica e l’architettura stilistica – non possono far altro che viaggiare insieme. L’una è legata all’altra. Tornando a ciò che si comprende di un testo o a quanti mondi un testo poetico comprenda mi sento dire che se una poesia è riuscita, qualunque sia stata l’intenzione dell’autore, sarà il lettore a trovarne un senso.  «Futuro Semplice» credo che fosse già alla ricerca di un “noi” anche del passato per sopportare meglio la perdita di un “tu”, ma era anche un libro che depositava scorie e si poneva una semplice domanda: Andiamo a vedere che succede.

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Festival dei Matti 2018: A margine. Abitare i luoghi comuni (Venezia, 17 – 20 maggio)

Festival dei Matti – IX edizione

17-20 maggio 2018

Venezia

A margine Abitare luoghi comuni.

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Si parlerà del fatto che follia (quale che sia il senso che diamo a questa parola) è da sempre l’effetto di una messa a margine, a fondo pagina di discorsi che reggono soltanto bandendo il fuori campo. Una questione di spazi separati, dislocazioni non scelte, forzati trasferimenti, sradicamenti. Si parlerà di quei luoghi comuni – ideologie e pregiudizi – che chiudono i dialoghi, innalzano muri, barriere intransitabili, spazi chiusi che nulla hanno di comune e del dolore dell’essere spinti fuori gioco; ma anche delle condizioni che rendono inabitabili o abitabili i contesti, della cura che occorre perché sia possibile abitare da soggetti il dentro e il fuori, luoghi comuni, territori condivisi, comunità materiali e immateriali, garantendo a pieno la cittadinanza come chiede la legge 180, a quarant’anni dalla sua emanazione.  Come note a margine che riaprono i discorsi.  

Programma Festival dei Matti 2018

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I 3 appuntamenti curati da me:

Venerdì 18 maggio – Chiostro Liceo Foscarini    

Ore 11.30

La trappola del fuorigioco

Peppe Dell’Acqua psichiatra e direttore Collana 180, e Gianni Montieri incontrano Carlo Miccio autore del libro La trappola del fuorigioco (Edizioni Alphabeta Verlag, 2017).

 

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Venerdì 18 maggio – Chiostro We_Crociferi

Ore 21.00

Abitare la lingua

Gianni Montieri incontra Giordano Meacci scrittore e conduttore de La lingua batte, e Tiziano Scarpa scrittore.

 

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Sabato 19 maggio – Teatrino Palazzo Grassi

Ore 12.00

Luoghi a perdere, luoghi da riabitare

Anna Poma e Gianni Montieri incontrano Carmen Pellegrino, scrittrice e Giuseppina Scavuzzo architetta.

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Fotografie di Ernaux (su Doppiozero)

credits ph. Elisa Vettori

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Fotografie di Ernaux

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Ferdinando Scianna una volta ha detto: «Dopo quarant’anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia». La frase la troviamo in documentario uscito per Contrasto nel 2009. Scianna lascia la frase sospesa, non la spiega perché non è necessario. La fotografia degna di finire in un album di famiglia è innanzitutto quella che vorremmo conservare, in seconda battuta è quella che ci parla, quella che dice qualcosa di noi. Un fotografo del livello di Scianna sa che quello che uno scatto include (insieme a quello che il fotografo sceglie di escludere), se riuscito, ci parla, ci racconta una storia; l’immagine è destinata a raggiungere un livello di dialogo, scambio e intimità con noi che la guardiamo, che emotivamente ci tocca così come potrebbe fare una foto in bianco e nero di nostra nonna. Non possiamo che essere d’accordo con Scianna, anche perché ci è capitato a volte davanti a una sua fotografia di provare quella sensazione. L’ambizione che Scianna ritiene debba accompagnare una fotografia prende per mano i romanzi di Annie Ernaux, che raggiungono lo stesso effetto partendo da un contesto diverso. L’album di famiglia per Ernaux è la partenza e – dopo la lettura dei suoi libri e il viaggio che facciamo con lei dagli anni ’40 del novecento ai giorni nostri – diventa per noi l’arrivo.

«Tutto veniva raccontato alla prima persona plurale.»

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Davide Orecchio, Città distrutte (su minima&moralia)

Davide Orecchio, Città distrutte, Il Saggiatore 2018, € 20,00.

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“Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”.

Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).

Quando lessi le sei biografie infedeli contenute nel libro, per la prima volta, ne fui profondamente colpito, non sapevo nulla di Davide Orecchio. Rimasi affascinato dalla prosa chiara ma non banale, dal ritmo, dalla bravura nella gestione dei tempi verbali e dei tempi, nel senso di date, nel senso di andare e venire, nel senso di raccontare una vita con delle verità storiche ma reinventandola, nel senso di mischiarla ad altre. I sei personaggi, o le sei persone se preferite, che fossero esistiti o meno, rendevano comprensibile la storia vera accaduta in un dato luogo, in un dato momento. E il luogo poteva essere l’Argentina, e il luogo poteva essere la Sicilia, e il luogo poteva essere l’Unione Sovietica, e il luogo poteva essere Roma, e il luogo poteva essere il Molise. E il tempo poteva essere quello della dittatura di Videla, e il tempo poteva essere quello del fascismo, e il tempo poteva essere quello del sindacato e del PCI. Il tempo e il luogo potevano essere lo spazio della poesia e del cinema; e ancora del compiuto e dell’irrisolto. [continua a leggere su minima&moralia]


Haroldo Conti, Sudeste (su Huffington post)

Haroldo Conti, Sudeste, trad. di Marino Magliani, Exorma edizioni 2018; € 14,90

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“Nei giorni chiari, guardando a sud, come quinte teatrali perennemente oppresse da una nuvola ferrigna, si possono scorgere i profili bianchi e grigi degli edifici più alti di Buenos Aires”.

Haroldo Conti è stato uno scrittore argentino, uno dei molti, uno che come altri ha pagato con la vita il prezzo alla dittatura di Videla; venne sequestrato il 5 maggio del 1976, il suo nome figura negli elenchi dei desaparecido, in seguito, molti anni più avanti Videla ammise il suo omicidio. Con ogni probabilità il corpo di Conti fu gettato in mare. Eppure Conti è forse l’unico ad aver pagato due volte. Ha pagato ancora in vita perché non aver in fondo mai scritto della dittatura, e ha pagato dopo – in patria e all’estero – perché i suoi romanzi non avendo detto di quegli anni non meritavano troppa considerazione, o traduzioni, ma il valore di un’opera letteraria non può essere nascosto per sempre; arriva a noi Sudeste scritto da Conti nel 1962, grazie a Exorma edizioni e alla bellissima traduzione (e passione) di Marino Magliani. Il 1962 fu un anno di pubblicazioni di altri straordinari scrittori come Sábato o Cortázar, ma di loro abbiamo potuto leggere molto, di Conti – eccetto il romanzo Mascaró, pubblicato da Bompiani nel 1983 (ora non più in commercio) – quasi nulla. [continua a leggere su Huffpost]


Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, (su Huffpost)

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, minimum fax 2018, traduzione di Sara Bilotti

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Dopo molti anni e molti romanzi americani, per la precisione nordamericani, mi sono convinto che il famigerato “Grande romanzo americano” non esiste, o almeno non esiste se applichiamo la definizione a un libro soltanto.

Il grande romanzo americano è rintracciabile solo se ne inseguiamo i frammenti di libro in libro, se ne annusiamo la polvere, e la polvere è ciò che scostiamo con una mano da una copertina e la polvere è quella che ci attraversa in una giornata di sole in Texas, e la polvere è lo smog che ci entra nel naso mentre aspettiamo un taxi in una via di New York o Chicago, e ancora la polvere di strato in strato, e di stato in stato che ci copre e insegna, che ci racconta, che ci dice che il Nord America è fatto di tante storie e che molti grandi scrittori ce le hanno raccontate e tutte insieme stanno componendo il grande romanzo americano.

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Francesco Filia, Parole per la resa (su La Balena Bianca)

Francesco Filia, Parole per la resa, 2017 CartaCanta, € 10,00

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Il libro, uscito per CartaCanta edizioni a ottobre 2017 è diviso in cinque parti: “Parole per la resa”; “Diario di una vacanza”; “L’ordine”; “Memorie del vuoto”; “L’inizio rimasto”. Ebbene se leggessimo solo i titoli in sequenza come se fossero le tracce di un album fatto di sole parole potremmo già intravedere il flusso portante della storia.

«Ora non abbandonare questa mano | che è terrestre».

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Federico Falco, Silvi e la notte oscura (su minima & moralia)

Federico Falco, Silvi e la notte oscura, traduzione di Maria Nicola, edizioni Sur 2018; € 16,50, ebook € 9,99

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Esiste un’altra Argentina, più distante più lontana da quella che conosciamo; un’Argentina diversa da quella che la letteratura ci ha più frequentemente raccontato. Un’Argentina al di fuori di Buenos Aires, non sfiorata dal Mar de la Plata. Un luogo fatto di ampi spazi e di chilometri da attraversare, un posto fatto di alberi e di piccole case. Un continente mappato da colline e pianure, e sullo sfondo le montagne. Sono i posti d’Argentina che non paiono essere stati attraversati dalle pagine tragiche della storia, perché sono spesso rimasti fuori dai racconti. Sono i posti in cui le persone sembrano fissate in un non tempo, uomini e donne non databili. Uomini e donne che esistono, ma nulla esiste al di fuori del racconto. [continua a leggere su minimaetmoralia]


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