Archivi categoria: recensioni

Vito Bonito, Fabula Rasa (su Huffpost)

Vito Bonito, Fabula rasa, Oèdipus, 2018

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“La bambina è in fiamme
la bambina è lieve
la bambina è bianca
la bambina è neve”

Le poesie di Vito Bonito non fanno altro che sparire, essere trasparenti. Profondamente stabili e, contemporaneamente, mobili come di più non si potrebbe. Sono quanto di più prossimo alla realtà e sono i giorni di Fata Morgana sul mare dello stretto.

Bonito, da sempre, è un poeta che disorienta (per primo se stesso) e così facendo non lascia scampo; quando leggi i suoi testi devi prendere una decisione, scegliere di lasciarti andare, che non vuol dire abbandonarsi senza ritegno o cognizione, vuol dire abituarsi a un altro tipo di ragionamento, che è inafferrabile, per forza di cose, molto più profondo. [continua a leggere su HuffPost]

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Luigi Bernardi, L’intruso (per Doppiozero)

Luigi Bernardi, L’intruso, Dea Planeta, 2018

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“Per esempio, io non mai visto un supereroe in vita mia. Ma non ho perduto la speranza.”

Luigi Bernardi mi parlò dell’idea di questo romanzo poco dopo aver cominciato a scriverlo. Mi accennò al fatto di voler raccontare gli anni del lavoro fatto nell’editoria, degli anni delle riviste e dei fumetti. Mostrare, in definitiva, quello che era stato, di come fosse andata. Una delle frasi che ripeteva spesso era: “Le cose vanno come devono andare” e così è accaduto. Sono andate che in mezzo al libro in scrittura e alla vita è arrivato il cancro. Rapido, devastante e, purtroppo, senza scampo. La strada del libro si è modificata, è diventata più tortuosa, non si è accorciata ma è cambiata. La bravura di Bernardi ha fatto in modo che la malattia non chiudesse il percorso di scrittura ma che lo ampliasse. Se il nuovo inquilino voleva esserci, Bernardi ha deciso di renderlo uno dei personaggi.

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Tom Drury, La trilogia di Grouse County (su minima&moralia)

Tom Drury, La trilogia di Grouse County, NN editore, traduzione di Gianni Pannofino

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Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

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Rachel Cusk, Resoconto (su Huffpost)

Rachel Cusk, Resoconto, Traduzione di Anna Nadotti, Einaudi, 2018

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C’è un libro che, da alcuni critici e scrittori di cui ho particolare stima, è stato definito come uno dei migliori dell’anno appena finito, al di fuori dalle classifiche pop, ma ben dentro le scelte di chi dalla letteratura si aspetta qualcosa di nuovo, o, meglio ancora, si aspetta che sappia dirci quel che avviene in una maniera che ci suoni diversa, il libro è Resoconto di Rachel Cusk, uscito per Einaudi e tradotto da Anna Nadotti.

Un libro che non era tra quelli che avrei dovuto recensire e che non avevo nemmeno acquistato, ma che era appuntato da qualche parte nella mia testa, poi un giorno un caro amico, il poeta Andrea Longega – che ha la stessa capacità della scrittrice inglese di osservare e raccogliere – ne regala una copia a mia moglie e a me, dichiarandosi certo del fatto che non saremmo stati immuni dalla bellezza delle pagine che ci stava porgendo davanti a un caffè… E così tra il primo e il due di gennaio del 2019, a classifiche fatte, ho letto e mi sono meravigliato, diventando in un lampo fan di Rachel Cusk.

“Rimane la tua verità, – ha detto – qualunque cosa sia accaduta. Non aver paura di guardarla.”
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Grace Paley, Tutti i racconti (su minima&moralia)

Grace Paley, Tutti i racconti, Edizioni Sur 2018, traduzione di Isabella Zani

(ultimo pezzo dell’anno su quello che è per me il libro dell’anno. Buone feste).

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Amo Grace Paley al punto che una volta ho tentato di catturare (per poi usare) il suo sguardo e di chiuderlo dentro una  poesia. L’ho presa come se fosse ancora viva (e non lo è?) e l’ho portata a Napoli, in pieno centro, davanti alla chiesa dello Splendore di Montecalvario. Volevo vedere che effetto potesse avere la capacita di osservazione, di sintesi, di empatia, di lucidità, spostata da New York (teatro vivente di tutta la sua opera) a Napoli; la mia città d’origine, vitale e piena di gente e voci proprio come nel Bronx, ma voci di un coro molto diverso.

L’ho immaginata mentre assisteva a una scena le cui protagoniste erano due donne del popolo (come si soleva dire, quando la parola popolo aveva un vero significato) e gliela ho fatta commentare, ricopiando la sua umanità. La poesia è questa:

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra indossa
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

“guardo ovunque” e il due volte ripetuto “volersi spiegare”, mi aiutano a cominciare in maniera quasi intima quello che dovrebbe essere un pezzo su Tutti i racconti di Paley, appena pubblicati in un unico volume da Sur, per la nuova (splendida) traduzione di Isabella Zani. [Continua a leggere su minima&moralia]


Nadia Terranova, Addio Fantasmi (su Huffpost)

 

Nadia Terranova, Addio Fantasmi, Einaudi 2018

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La protagonista di questo romanzo è una donna, il suo nome è Ida. Le protagoniste di questo romanzo sono due, Ida e sua madre. Le protagoniste di questo romanzo sono tre, Ida, sua madre e la casa di Messina. I personaggi di questo romanzo sono sette, Ida, sua madre, la casa di Messina, Sara (un’amica d’infanzia di Ida), Nikos un ragazzo, suo padre, il marito di Ida. Il protagonista di questo romanzo è uno, è l’uomo che non c’era, uno che a un certo punto se ne è andato via, il padre di Ida. [continua a leggere su Huffpost]


Jesse Ball, Censimento (su minima&moralia)

Jesse Ball, Censimento, NN editore 2018, trad. Guido Calza

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Pensai fra me: non posso essergli di alcuna utilità. Una volta sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?
Allora pensai fra me: è possibile, il bene è possibile. Per forza.

Questo libro è un viaggio, ma prima di essere un viaggio è un cerchio, una sorta di circonvallazione dell’anima che parte dal circolo più esterno per arrivare all’ultimo, il più piccolo. L’ultimo punto per qualcuno non prevede un ritorno, per un altro è una nuova andata. La direzione è la vita per il secondo, la migliore ipotesi possibile circa il futuro; la direzione è la morte, ovviamente, per l’altro. Chi muore è un padre, chi continuerà a vivere è un figlio. Quello che entrambi metteranno insieme è quanto di più vicino ai concetti di speranza e di amore che mi sia capitato di incrociare in un libro da parecchio tempo  a questa parte.

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Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere (su Doppiozero)

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi 2018

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«[…] sicché l’immagine di uomo sbagliato e maledetto, incapace di convivere con i suoi simili senza ficcarsi in un qualche pasticcio, si è tramandata nei secoli, fino alla metà del Novecento, quando Bernard Berenson, insigne studioso, scrisse un breve quanto non benevolo saggio su di lui nel quale si dice che, tra i molti doni che aveva, gli mancava quello di saper vivere.»

Lui è Caravaggio, chi parla è il protagonista che una frase più avanti dichiarerà di essersi domandato per tutta la vita se difettava anch’egli del dono di saper vivere. Per il Gran Balordo si trattava di una macchia in un mare di talenti mentre per il narratore la sua è una macchia in un mare di macchie.

Chi è il narratore?  Il protagonista di Il dono di saper vivere di Tommaso Pincio (Einaudi, 2018) è un uomo in carcere che racconta la sua vita, la sua disfatta. Ci dice di trovarsi in prigione per un omicidio che non ha commesso (ma non dicono tutti così?), mentre racconta, si domanda e ci domanda se esista qualcuno che possegga il dono di saper vivere, dono che mancava anche a Caravaggio, il pittore da cui è ossessionato. La domanda è quella di tutti noi, quesito che almeno per una volta ci siamo posti. Pincio comincia il suo romanzo così, e piano piano sostituirà il carcerato con se stesso, senza fare trucchi e dichiarandolo apertamente. Se parliamo di un condannato meglio dire di uno che conosciamo bene.   [continua a leggere su Doppiozero]


Mario Fillioley, La Sicilia è un’isola per modo di dire (su Huffpost)

Mario Fillioley, La Sicilia è un’isola per modo di dire, minimum fax, 2018

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Chi racconta ha questa responsabilità di raccontare un posto troppo raccontato, sempre raccontato per finzione per topos, bella location, ambientazione esotica. Se scrivi un libro, anche piccolo, anche scemo, questa cosa un po’ te la devi ricordare mentre lo scrivi, ci devi provare, altrimenti che fai? Di nuovo le frasi col verbo alla fine, l’accento calcato, […] il commissario che muore sparato perché non sa rinunciare all’iris con la ricotta? Di nuovo il ciclo dei vinti?

Qualche anno fa, Tiziano Scarpa ha scritto una bellissima introduzione alla edizione illustrata de Le avventure di Pinocchio di Collodi (Einaudi, 2008), un vero e proprio saggio sui modi di dire e sul loro uso originario, presi quindi alla lettera. Scarpa scrive:

“Detto fatto, prese subito la penna e il calamaio per mettere su carta «avere la testa di legno», «rimanere con un palmo di naso», «le bugie hanno le gambe corte», «per te mi getterei nel foco», «se non studi diventerai un somaro», «sono fritto», «far schiattare dal ridere»”.

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Andrea Pomella, L’uomo che trema (su minima&moralia)

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Dentro quel particolare cielo credo si muova il malato di depressione, dentro una pericolosissima calma, in un accumulo di ore e giorni che preludono a un’esplosione, in cui la detonazione è sempre rimandata, c’è la paura del boato e mai il boato. Il depresso sta nell’istante prima del terremoto per quasi tutto il tempo. Deve essere terribile.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»


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