Archivi categoria: recensioni

Andrea Pomella, Anni luce – su minima & moralia

Andrea Pomella, Anni luce, add editore 2018

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Eravamo giovani, avevamo vent’anni, stavamo in una terra di mezzo, il futuro sarebbe stato “Il motore del 2000”, il passato recente solo un racconto da invidiare; dovevamo costruirci un’identità, ma non ci facevamo illusioni. Non ci restava che cantare, urlare certe canzoni per fare entrare un po’ di luce. Andrea Pomella con Anni luce ci ricorda di noi, di tutte le volte che ci siamo attaccati a una bottiglia, a un amico, a un cantante. In molti siamo sopravvissuti a quella stagione e con quella particolare aria spaesata ce ne andiamo ancora in giro; senza troppi riferimenti, già stanchi in partenza e oggi stanchissimi anche per lamentarci. Siamo noi, che siamo accomunati dalla stessa distanza dalla speranza. [continua a leggere su minima&moralia]

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gm

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Piglia, Respirazione artificiale su Doppiozero

Ricardo Piglia, Respirazione Artificiale, Sur, 2018, trad. G. Guadalupi

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“Sul telaio di quelle false illusioni si tendono le nostre sventure”.

I grandi libri bisogna saperli aspettare. Aspettare, cioè, il momento in cui si sia pronti ad accogliere tutto quello che un determinato numero di pagine ci potrà dare. Quando, per alcuni anni, si rimanda la lettura di un romanzo definito capolavoro – capolavoro sul serio, non tanto per dire, come spesso di questi tempi si fa – significa che da quella lettura ci si aspetta molto; e, ancora, si sa che quel libro non ha una data di scadenza, essendo il capolavoro, per definizione, senza tempo e senza spazio e che – per fortuna – non richieda un motivo. Io ho deciso che il tempo per questo libro fosse questo gennaio e che i luoghi dove lo avrei letto sarebbero stati Buenos Aires e Montevideo, posti di un viaggio dal quale sono appena rientrato. Il romanzo è Respirazione artificiale di Ricardo Piglia, ripubblicato in nuova edizione da Sur pochi giorni fa, per la traduzione di Gianni Guadalupi e introdotto, nell’edizione italiana, proprio da Piglia. Respirazione artificiale è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che abbiano a cuore le sorti della letteratura, tutti quelli che sanno cosa sia in grado di mostrare una frase scritta come si deve, e quanto sia in grado di celare. [continua la lettura su Doppiozero]

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gm


Danilo Soscia, Atlante delle meraviglie

Danilo Soscia, Atlante delle meraviglie, minimum fax, 2018

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Sessanta fiammiferi racchiusi in una piccola scatola, ogni fiammifero ha un colore diverso. Il fiammifero blu, quello viola, quello giallo. Il fiammifero rosso. Quello seppiato, quello in bianco e nero. Il verde, il fiammifero arcobaleno. Sessanta fiammiferi che quando li sfreghi accendendosi fanno un rumore diverso, fanno una luce ora distante ora vicina. Ogni fiammifero è nuovo, ogni fiammifero è figlio di un altro bruciato da un po’ o da un secolo prima. Sessanta fiammiferi ma ognuno arriva da un posto diverso e ognuno ha un nome. [continua a leggere su HuffPost]

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Offutt, Nelle terre di nessuno

Leggiamo storie, belle storie, romanzi e racconti dei più bravi scrittori nordamericani e volta dopo volta ci illudiamo di aver capito quel paese, la sua complessità; quanto contino gli spazi e l’isolamento, quanto si guardino in faccia di continuo la libertà e l’impossibilità di ottenerla, quanta importanza occupino i silenzi. E ancora quanto conti, al di fuori delle grandi metropoli, il rapporto dell’uomo con il territorio. Ci illudiamo e ogni volta falliamo perché poi arriva un altro scrittore, uno che non abbiamo ancora letto, che fa saltare il tavolo. Ed ecco che ai territori che avevamo attraversato mancava un pezzo, che il cielo non lo avevamo guardato bene, che c’erano altre strade da attraversare. Questa volta è giunto a noi Chris Offutt, le terre di nessuno sono quelle del Kentucky, le parole dei suoi racconti sono arrivate per scaraventarci in un mondo misterioso e nuovo, un mondo indimenticabile. [continua a leggere su HuffPost]

gm


Nuovo blog su HuffPost

Cari, da ieri c’è un mio nuovo blog su Huffington Post, troverete gli articoli che via via usciranno a questo link:

Gianni Montieri / HuffPost

Il primo articolo è sulla poesia di Giovanni Fierro e il suo nuovo libro Gorizia On/Off.

Potete leggerlo qui:

http://www.huffingtonpost.it/gianni-montieri/gorizia-simbolo-di-una-condizione-umana_a_23307063/

Grazie.

Gianni


una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia

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Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, Donzelli 2016; € 18,50

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Non una parola s’è mai dissolta in gloria, non una.
Continuiamo a mandarle in alto, comunque,
così come il sole piove giù.

Not one word has ever melted in glory not one.
We keep on sending them up, however,
As the suns rains down.

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Ci sono libri che vengono da molto lontano, un lontano costruito negli anni e sugli anni; libri che sono la somma di altri libri, di parole pensate e scritte nell’arco di decenni; libri che raccontano molte storie, che ne ricordano altre; libri che accompagnano, che costruiscono un mondo  dopo averne osservato un altro. Libri fatti di viaggi e residenze, libri di suoni e desinenze, libri che hanno un passo classico e un occhio moderno. Libri che portano il nome di un luogo e che quel luogo reinventano. Uno di questi libri è lo straordinario volume di poesia Italia di Charles Wright, curato nell’edizione italiana da Moira Egan e Damiano Abeni, ma costruito dai traduttori insieme al poeta americano, libro che Wright sognava di realizzare da molti anni, sogno che comprendiamo bene dopo aver finito di leggere il libro. [continua a leggere su PoetarumSilva]


Verso Natale, ancora due parole sul cinghiale

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Quest’anno su Poetarum Silva non faremo la classifica dei libri. Ci abbiamo rinunciato anche l’anno scorso; forse perché con più di 700 post in 365 giorni di qualche libro abbiamo scritto, parlato o solo segnalato e può bastare.. A titolo personale, ed è per questo motivo che lo scrivo nel mio piccolo archivietto, voglio dire ancora due parole su Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, perché è un libro che ha portato cose belle e ne ha fatte capitare altre, ed è comunque uno dei più belli che ho letto quest’anno.

(Ma stringi stringi è sempre torneremo? la domanda fondamentale. La frase semplice che ci spiega che tutto quello che ci fa vivere viene dalla paura della morte).

La mia recensione al libro la trovate qua: Meacci/Poetarum. Alla fine dell’articolo scrivevo:

Ho la sensazione che la magia che ha compiuto Meacci con questo romanzo sia una cosa che tenteremo di ritrovare, da qui in poi, in altre cose che leggeremo, perché è una sensazione bella, come è bello il momento (che arriverà) in cui ci si commuove e sapremo esattamente quale frase di quale pagina scatenerà l’emozione particolare prossima alle lacrime, ma sapremo – anche e di più – che quel momento ha radici piantate solidamente dalla prima pagina, ed è costruito da Meacci, parola per parola.

Ci sono libri belli e libri bellissimi (e Il cinghiale che uccise Liberty Valance è tra questi), ma ci sono libri che si amano molto perché ci parlano, in molti modi. Ci parla la storia che raccontano, la lingua con cui la raccontano, il ritmo che impongono. Il romanzo di Meacci è un libro fatto di inventiva e domande, è anche un libro di conoscenza, un libro di morti e vivi. È un libro fatto di comunicazione e di incomunicabilità. È una storia d’amore. Qualche giorno dopo averne scritto ho avuto il piacere di conoscere Giordano e di presentare il suo libro a Venezia, alla Libreria Marco Polo (e dove altrimenti?), è stata una serata meravigliosa, divertente e faticosa. Parlare con Meacci in pubblico è un’esperienza che consiglio perché ti incanta; il faticoso si riferisce a quando bisogna chiudere le numerose parentesi che Meacci apre portandoti dappertutto. Gesticolando – finalmente – più di me. Da quella sera, in cui si poté parlare di Bertolucci (Attilio) e Raboni, di Kubrick e di Troisi e di Totò, provo anche dell’affetto per Meacci. 

Qualche giorno dopo quella serata, tornando in treno da Venezia a Milano, ho scritto una poesia a cui tengo molto, questa:

Milano, ultima

(a Giordano, che sa)

Eccola la mia città, di nuovo,
comparire istante dopo istante,
tetto dopo tetto, il giallo
smunto delle case di Lambrate,
le imposte un poco consumate.

Eccola insieme a quello che ricordo,
a quello che dimentico, prima un
ponte, poi un’intuizione, sapere
sotto al binario cosa passa, cosa
è passato, cosa – infine – passerà.

Eccola come in un piano
sequenza lungo il giusto, colori
mai uguali, un pensiero ampio,
un battito mancato sotto
al cuore, alle nove del mattino.

Eccola mentre si accosta
e mi riconosce e mi accoglie
un’altra volta, da vent’anni,
per poi sparire e lasciarmi
come tutti alle cose da fare.

*

Devo questa poesia al ritmo del romanzo di Giordano e all’idea di accoglienza che il suo libro ti lascia. Il cinghiale che uccise Liberty Valance ti accoglie un po’ come fa Milano, non ti salta al collo, ma ti aspetta e poi non ti lascia andare.

Marco Opla + Gianni Montieri

Marco Opla + Gianni Montieri

Qualche tempo dopo per una mostra che si sarebbe tenuta poi a Portogruaro (e che poi è diventata itinerante Libri Di Versi) mi fu chiesto un testo che un’artista avrebbe dovuto rielaborare attraverso una sua opera. Fui abbinato (o scelto da lui) all’architetto Marco Opla. Io e Marco ci scambiammo alcune email, mi scrisse che avrebbe voltuo rielaborare un mio testo, che parlasse di una città, mediante l’utilizzo di Google Street Wiew, gli mandai subito “Milano, ultima”. La sua bellissima rielaborazione la trovate qui: Opla+/Milanoultima. Anche l’opera di Marco ha assecondato il ritmo della poesia e del romanzo (che non aveva nemmeno letto) e mi ha accolto (e sono certo che abbia accolto chiunque l’abbia osservata) come fosse Apperbohr e come fosse Milano.

Della letteratura mi piacciono le connessioni tra parole e persone e le conseguenze, le belle rimanenze. Il cinghiale ha fatto succedere cose, perciò lunga vita al cinghiale.

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© Gianni Montieri


“Avremo cura” su Trasversale, recensione di Rosa Pierno

Avremo cura - copertina solo prima

recensione di Rosa Pierno

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Il racconto delle minime cose, quelle quotidiane al limite dell’insignificanza, non  è mai  stato così prezioso proprio a causa del tono pacato, lieve e dolce  dell’autore: Gianni Montieri nel suo “Avremo cura”, editrice Zona, 2014. La macchina percettiva che è in azione, non si saprebbe dire dove sia posizionata, non c’è un esterno pregnante rispetto a uno stato interiore, perché quello colora questo, perché questo assembla quello, in un’osmosi che se stempera i contorni, rafforza la fermezza dell’immagine, mettendo a fuoco il nucleo dell’insensatezza che il poeta denuncia.

Tuttavia, la felicità c’è sempre quando c’è lei, la donna amata,  e si riverbera sulle pareti della chiesa della Salute, sull’acqua “appena alta”. La pienezza dell’amore. L’amore che sazia e che allontana non solo la morte, ma rende impossibile la sua stessa fine. Nessuna cosa può fotografarsi senza che lei sia riflessa dallo sguardo del poeta sulle superfici levigate delle cose. E dà una felicita l’amore, quando è sazio, che fa dimenticare anche che il mondo non è amore.

L’amore, pertanto, come condizione di serenità e di relativizzazione dello sciabordio a cui le cose dell’esistenza sono abbandonate, il quale è,  in ogni caso, un moto che non modifica l’ordine delle cose. Ma lo sguardo d’un uomo preso d’amore, nelle profondità intestine delle cose ritrova i luccichii e i riverberi, le superfici trasparenti, i limpidi moti di un’acqua stagna e l’oscuro fondo. Qualcosa consente la completa complanarità tra profondità e superficie ed è la sostanza stessa dell’amore: leggibile e illeggibile nel medesimo torno di tempo. [continua a leggere su Trasversale]


Breve viaggio nei romanzi di Mario Benedetti (per Doppiozero)

fonte milan cervantes .es

fonte milan cervantes .es


Questa storia comincia nell’estate del 2013, la nostra estate, ma comincia nell’inverno uruguaiano, a Montevideo. Comincia quando Anna, la mia compagna, fa in quella città un breve viaggio. Comincia con una foto che Anna scatta sul Rio de la Plata, mentre lo attraversa da Buenos Aires a Montevideo. Questa storia comincia con Anna che su Skype mi racconta questa strana città, me ne comunica il fascino. Comincia con me che immagino e penso e invidio, e ricordo Anna in altri luoghi con me, con le sue macchine fotografiche analogiche al collo. Comincia con una profonda nostalgia, qualcosa di bello dolce e strano, che influenzerà molto di quello che ho scritto da allora in poi. Questa storia continua con un nome, Mario Benedetti e con un titolo, Grazie per il fuoco. Anna mi racconta di questo libro incredibile e mi parla incantata del suo autore, mi accenna a un altro romanzo, La Tregua, di cui ancora non sappiamo della ristampa italiana che verrà. Mi dice che devo leggerlo, perché io di Benedetti Mario, più volte candidato al Nobel, non ho mai letto nulla. E allora, aspettando che Anna ritorni, io cerco i libri di Mario Benedetti.

La solitudine e la mediocrità nei personaggi di Mario Benedetti

“Come d’abitudine si allinearono le due squadre per ascoltare e cantare gli inni nazionali. Per primo, ovviamente, fu suonato quello della squadra di casa, con il coro del pubblico e dei giocatori, seguito da una calorosa ovazione. Poi l’inno dei nostri giocatori. La registrazione era spaventosa, di una stonatura veramente olimpica. Non tutti i giocatori conoscevano tutte le parole, però facevano il coro almeno nella strofa più famosa. Solo uno dei calciatori, per puro caso un attaccante, anche se si ricordava l’inno, decise di cantare al suo posto il tango Cambalache : «Che il mondo sia stato e sarà una schifezza, / già lo so, / nel cinquecentosei / e anche nel duemila». Solo nella tribuna d’onore alcuni applaudirono per dovere.”

Questo brano è tratto dal racconto Cambalache in Lettere dal tempo (Le Lettere, 2000, trad. di Emanuela Jossa), il primo libro che ho comprato di Benedetti. [Continua a leggere su Doppiozero]


Su “Avremo cura” intervista di Giovanni Fierro

Scrivere il viaggio        ——————————–

La cura e il prendere nota

Fra le pagine di Gianni Montieri

di Giovanni Fierro

 

 

Gianni Montier 'avremo cura' copertina.jpg

C’è tutto nel titolo di questa raccolta: “Avremo cura”.
Che è titolo coraggioso, parole che si tengono strette e sanno bene il rischio che corrono.
Mi immagino che Gianni Montieri lo sappia bene, molto bene.
E mi immagino che non poteva fare altrimenti.
Perché la direzione scelta, in queste pagine scritte e firmate da lui, è una decisa direzione che va contro mano.
In senso inverso e contro l’onda di attuale negligenza emotiva e sviluppata paura sociale, che è la caratteristica ormai principale del nostro presente.
“Avremo cura” è un libro che fa i conti con le proprie radici, con i propri sentimenti, con i propri desideri; ed ha uno sguardo che vuole stare attento, che vuole essere partecipe.
Perché se c’è tanto di cui discutere e mettere in dubbio, c’è anche un qualcosa che va difeso, impugnato, mostrato e vissuto.
Che è, prima di tutto, il rispetto. Verso di sé, verso chi vogliamo bene, verso chi sappiamo è indifeso.
Niente è lontano, nessuno è lontano.
Ogni distanza una volta percorsa diventa una vicinanza. Sia che si tratti di chilometri, sia che si tratti di conoscenza.
Benvenuti, in queste pagine che sanno far tremare ogni foglia del cuore, e sanno conservare ogni respiro umano.
Fra città, giovinezze passate, costruzioni di un amore e fiducia nella parole.
Quelle pensate e quelle scritte, ci suggerisce Gianni Montieri, che sa indicarci in ogni sua pagina una possibilità di nuova esperienza, e allo stesso tempo, di farci ricordare perché ha sempre un senso credere nello stare al mondo.

 

 

dal libro, sezione “Avremo cura”:
Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa

a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.

Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba in fondo al viale.

 

***

 

Tutto quello che ti è cucito sul cuore
tutto il metallo, il ferro arrugginito
il ricamo irregolare lungo il tessuto
del muscolo, tutti i vestiti raccolti
in fondo all’armadio, i medicinali
scaduti, il cappello che hai regalato
a tuo padre, l’inutilità perpetua
di un ottavo di Coppa Italia, i quattro
quarti musicali che non hai mai capito
il tempo tolto all’amico perduto
l’amore (questa parola e non un’altra)
salvo, già salvato, ancora da salvare.

 

 

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dal libro, sezione “(sud) in caso di morte”:
Francesco alle medie era il più smilzo
poco ne capiva di materie letterarie
sono certo l’algebra lo confondesse
però toccava il culo alle ragazze
ghignava con la sigaretta in bocca
che sarebbe diventato il padrone
del suo rione popolare
era già morto, dieci anni
prima che gli sparassero
gli passavamo i compiti
non lo sapevamo.

 

***

 

Scrivere di una madre
farlo in una sera di febbraio
riporre, seguendo schema matematico,
i piatti asciutti in credenza
poi i bicchieri, le tazze
nel mobile più in alto.
La somma delle rinunce di una madre
di seguito la teoria del sottrarsi:
meno cose – meno vestiti – meno me
applicazione scientifica del dare:
più sacrificio – più amore – più esserci.
Dopocena faccio cose del genere,
quando sto in casa e non esco
non guardo la tele e nemmeno scrivo
sarebbe facile spiegarti il bene che mi fai
più facile con la neve fuori
– il bianco ti somiglia –
invece mi accomodo in poltrona
controllo la posta e non ti chiamo.

 

 

l’intervista a Gianni Montieri:

In ‘Avremo cura’ ci sono spostamenti geografici, e ‘spostamenti’ del cuore; che viaggiare è questo, contenuto in queste pagine?
Come ho scritto nella breve nota che chiude il libro, le due sezioni rappresentano un’andata e un ritorno, il viaggio c’entra molto, ma il viaggio è per me un sacco di cose. Viaggiare è ritornare a casa, è scoperta e riscoperta. Viaggiare è trovare una direzione e un senso, viaggiare è cercare di comprendere. Viaggiare, qui, è desiderio di stabilità. In fondo, queste sono tutte poesie d’amore, abbiamo viaggiato per questo.

Alcune città di cui parli, le rendi umane, con tratti che si solitamente si attribuiscono a uomini e donne. come mai? che rapporto hai con loro? penso in primis a Milano…
Le città mi sono indispensabili, hai ragione, vengono fuori con tratti umani. Credo sia perché i miei stati d’animo e la mia capacità di osservare mutino, e si adeguino molto al cambiamento dei luoghi in cui vivo. Milano è la città in cui vivo da vent’anni, Venezia è il luogo in cui torno settimanalmente, Napoli è da dove vengo. Non so mai chi sia a cambiare se io o loro, forse lo facciamo entrambi, forse fingiamo.

Questo tuo muoverti, continuo, che realtà ha creato nel tuo vivere? penso alla facilità di un possibile disorientamento, o alla fortuna di nuovi incontri….
Entrambe le cose, direi. Muoversi spesso fa perdere l’orientamento, ma quella è una perdita necessaria per trovare qualcosa in più e, soprattutto, per guardare le cose dalla giusta distanza, capirle e amarle meglio, o lasciarle andare. Ogni volta che si fa un nuovo incontro è un colpo di fortuna, se siamo bravi, come minimo, impariamo qualcosa.

 

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Sono testi molto visivi, che rivoltano all’infuori il tuo vissuto, con una forma quasi cinematografica. può essere questa una lettura possibile?
Questa è una lettura sicuramente possibile, cinematografica o, forse, fotografica. Se pensiamo, soprattutto, ai testi della seconda parte, potremmo azzardare (ma non sono il più adatto a dirlo dei miei testi) che si tratti di fotografie scattate molti anni fa e sviluppate a distanza di tanto tempo, ma saremmo comunque un po’ imprecisi perché tra lo scatto e lo sviluppo è passato un sacco di tempo, il tempo in cui questi testi sono stati pensati, ed è per questo che sono poesie, credo.

In queste pagine si fa i conti continuamente con il vivere. e non sempre è facile. Penso alla seconda parte del libro, dai tratti dolorosi. Eppure è la tensione positiva del vivere che emerge. E’ anche questa una forma di resistenza, l’avere cura?
Credo che il dolore, la sofferenza, ma anche la comprensione, che emergono nella seconda parte dei testi, rendano possibile l’idea di serenità, di felicità possibile di gran parte dei testi della prima sezione. Avere cura è una forma di resistenza, come dici tu, ed è dimostrazione di coraggio, forza e dolcezza. Avere cura di tutto quello che abbiamo imparato, fare memoria, tenere dentro quello che va tenuto e poi prendersi cura di quello che verrà, di chi ci sta accanto, accorgersi delle persone e delle cose, essere uomini, tentare di fare meglio. Il nostro meglio.

Gianni Montieri “Avremo cura”, Zona editore, pp 65, 10 euro

 

Nota: L’intervista a cura di Giovanni Fierro è  uscita su Farevoci

 

 

 

 

 


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