Archivi del mese: gennaio 2019

Vito Bonito, Fabula Rasa (su Huffpost)

Vito Bonito, Fabula rasa, Oèdipus, 2018

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“La bambina è in fiamme
la bambina è lieve
la bambina è bianca
la bambina è neve”

Le poesie di Vito Bonito non fanno altro che sparire, essere trasparenti. Profondamente stabili e, contemporaneamente, mobili come di più non si potrebbe. Sono quanto di più prossimo alla realtà e sono i giorni di Fata Morgana sul mare dello stretto.

Bonito, da sempre, è un poeta che disorienta (per primo se stesso) e così facendo non lascia scampo; quando leggi i suoi testi devi prendere una decisione, scegliere di lasciarti andare, che non vuol dire abbandonarsi senza ritegno o cognizione, vuol dire abituarsi a un altro tipo di ragionamento, che è inafferrabile, per forza di cose, molto più profondo. [continua a leggere su HuffPost]

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Luigi Bernardi, L’intruso (per Doppiozero)

Luigi Bernardi, L’intruso, Dea Planeta, 2018

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“Per esempio, io non mai visto un supereroe in vita mia. Ma non ho perduto la speranza.”

Luigi Bernardi mi parlò dell’idea di questo romanzo poco dopo aver cominciato a scriverlo. Mi accennò al fatto di voler raccontare gli anni del lavoro fatto nell’editoria, degli anni delle riviste e dei fumetti. Mostrare, in definitiva, quello che era stato, di come fosse andata. Una delle frasi che ripeteva spesso era: “Le cose vanno come devono andare” e così è accaduto. Sono andate che in mezzo al libro in scrittura e alla vita è arrivato il cancro. Rapido, devastante e, purtroppo, senza scampo. La strada del libro si è modificata, è diventata più tortuosa, non si è accorciata ma è cambiata. La bravura di Bernardi ha fatto in modo che la malattia non chiudesse il percorso di scrittura ma che lo ampliasse. Se il nuovo inquilino voleva esserci, Bernardi ha deciso di renderlo uno dei personaggi.

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Tom Drury, La trilogia di Grouse County (su minima&moralia)

Tom Drury, La trilogia di Grouse County, NN editore, traduzione di Gianni Pannofino

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Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

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Su (con, per) David Bowie da “Le cose imperfette”

Ground control to Major Tom” è diventato anche un verso di una mia poesia, perciò anche David Bowie è tra le molte persone, conosciute o meno, che si muoveranno nel libro “Le cose imperfette” che uscirà per LiberAria Editrice a  settembre. Oggi sarebbe il compleanno di Bowie che è con me dai tempi della cameretta, quando “Space Oddity” “Ziggy Stardust” “Starman” e le altre accompagnavano i pomeriggi e ci facevano sentire un po’ più grandi, persino migliori. Buon compleanno David, la poesia è questa, è mia, la canzone è tua.

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Qualcuno è passato sul pianerottolo.
Rientrava. Ho sentito i passi prima
del rumore della chiave che gira
nella toppa, io ho steso i panni
mentre David Bowie cantava
– Ground control to Major Tom –
abbiamo visto il manoscritto
del testo a Bologna, al Mambo.
Sempre mi stupiscono cose come
la gente che entra ed esce da casa
o rockstar che hanno scritto
i loro capolavori in un quadernetto.

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Rachel Cusk, Resoconto (su Huffpost)

Rachel Cusk, Resoconto, Traduzione di Anna Nadotti, Einaudi, 2018

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C’è un libro che, da alcuni critici e scrittori di cui ho particolare stima, è stato definito come uno dei migliori dell’anno appena finito, al di fuori dalle classifiche pop, ma ben dentro le scelte di chi dalla letteratura si aspetta qualcosa di nuovo, o, meglio ancora, si aspetta che sappia dirci quel che avviene in una maniera che ci suoni diversa, il libro è Resoconto di Rachel Cusk, uscito per Einaudi e tradotto da Anna Nadotti.

Un libro che non era tra quelli che avrei dovuto recensire e che non avevo nemmeno acquistato, ma che era appuntato da qualche parte nella mia testa, poi un giorno un caro amico, il poeta Andrea Longega – che ha la stessa capacità della scrittrice inglese di osservare e raccogliere – ne regala una copia a mia moglie e a me, dichiarandosi certo del fatto che non saremmo stati immuni dalla bellezza delle pagine che ci stava porgendo davanti a un caffè… E così tra il primo e il due di gennaio del 2019, a classifiche fatte, ho letto e mi sono meravigliato, diventando in un lampo fan di Rachel Cusk.

“Rimane la tua verità, – ha detto – qualunque cosa sia accaduta. Non aver paura di guardarla.”
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