Archivi categoria: romanzi

Salvador Elizondo, Farabeuf (su minima & moralia)

Salvador Elizondo, Farabeuf o la cronaca di un istante, trad. Giulia Zavagna, introduzione di Alessandro Raveggi, Liberaria edizioni, 2018

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«La vita era soggetta  a una confusione nella quale era impossibile distinguere il presente dal passato.»

Questa affermazione che leggiamo nelle prime pagine di Farabeuf ci dice già molto del gioco al quale Salvador Elizondo sta invitando il lettore a partecipare, solo che il lettore non lo sa, quando legge la frase non sa ancora nulla, ma è già confuso, è già irrimediabilmente catturato dall’istante che si dilaterà nell’arco della storia. Istante che si farà piccolo fino a sparire, che si espanderà fino a moltiplicarsi all’infinito, come in una rifrazione perpetua.  [continua a leggere su minima&moralia]

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Fotografie di Ernaux (su Doppiozero)

credits ph. Elisa Vettori

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Fotografie di Ernaux

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Ferdinando Scianna una volta ha detto: «Dopo quarant’anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia». La frase la troviamo in documentario uscito per Contrasto nel 2009. Scianna lascia la frase sospesa, non la spiega perché non è necessario. La fotografia degna di finire in un album di famiglia è innanzitutto quella che vorremmo conservare, in seconda battuta è quella che ci parla, quella che dice qualcosa di noi. Un fotografo del livello di Scianna sa che quello che uno scatto include (insieme a quello che il fotografo sceglie di escludere), se riuscito, ci parla, ci racconta una storia; l’immagine è destinata a raggiungere un livello di dialogo, scambio e intimità con noi che la guardiamo, che emotivamente ci tocca così come potrebbe fare una foto in bianco e nero di nostra nonna. Non possiamo che essere d’accordo con Scianna, anche perché ci è capitato a volte davanti a una sua fotografia di provare quella sensazione. L’ambizione che Scianna ritiene debba accompagnare una fotografia prende per mano i romanzi di Annie Ernaux, che raggiungono lo stesso effetto partendo da un contesto diverso. L’album di famiglia per Ernaux è la partenza e – dopo la lettura dei suoi libri e il viaggio che facciamo con lei dagli anni ’40 del novecento ai giorni nostri – diventa per noi l’arrivo.

«Tutto veniva raccontato alla prima persona plurale.»

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Haroldo Conti, Sudeste (su Huffington post)

Haroldo Conti, Sudeste, trad. di Marino Magliani, Exorma edizioni 2018; € 14,90

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“Nei giorni chiari, guardando a sud, come quinte teatrali perennemente oppresse da una nuvola ferrigna, si possono scorgere i profili bianchi e grigi degli edifici più alti di Buenos Aires”.

Haroldo Conti è stato uno scrittore argentino, uno dei molti, uno che come altri ha pagato con la vita il prezzo alla dittatura di Videla; venne sequestrato il 5 maggio del 1976, il suo nome figura negli elenchi dei desaparecido, in seguito, molti anni più avanti Videla ammise il suo omicidio. Con ogni probabilità il corpo di Conti fu gettato in mare. Eppure Conti è forse l’unico ad aver pagato due volte. Ha pagato ancora in vita perché non aver in fondo mai scritto della dittatura, e ha pagato dopo – in patria e all’estero – perché i suoi romanzi non avendo detto di quegli anni non meritavano troppa considerazione, o traduzioni, ma il valore di un’opera letteraria non può essere nascosto per sempre; arriva a noi Sudeste scritto da Conti nel 1962, grazie a Exorma edizioni e alla bellissima traduzione (e passione) di Marino Magliani. Il 1962 fu un anno di pubblicazioni di altri straordinari scrittori come Sábato o Cortázar, ma di loro abbiamo potuto leggere molto, di Conti – eccetto il romanzo Mascaró, pubblicato da Bompiani nel 1983 (ora non più in commercio) – quasi nulla. [continua a leggere su Huffpost]


Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, (su Huffpost)

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, minimum fax 2018, traduzione di Sara Bilotti

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Dopo molti anni e molti romanzi americani, per la precisione nordamericani, mi sono convinto che il famigerato “Grande romanzo americano” non esiste, o almeno non esiste se applichiamo la definizione a un libro soltanto.

Il grande romanzo americano è rintracciabile solo se ne inseguiamo i frammenti di libro in libro, se ne annusiamo la polvere, e la polvere è ciò che scostiamo con una mano da una copertina e la polvere è quella che ci attraversa in una giornata di sole in Texas, e la polvere è lo smog che ci entra nel naso mentre aspettiamo un taxi in una via di New York o Chicago, e ancora la polvere di strato in strato, e di stato in stato che ci copre e insegna, che ci racconta, che ci dice che il Nord America è fatto di tante storie e che molti grandi scrittori ce le hanno raccontate e tutte insieme stanno componendo il grande romanzo americano.

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Sacha Naspini, Le Case del malcontento (su minima & moralia)

Sacha Naspini, Le Case del malcontento, edizioni e/o, 2018

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Allora me ne resto rannicchiata nel mio ruolo, come tutti, e come tutti partecipo all’imbroglio che ogni giorno mette in movimento i gesti inutili e misurati di queste marionette tenute insieme dallo stesso filo. Le Case è come uno spettacolo che va in scena solo per noi.

La prima volta che ho sentito parlare di Sacha Naspini è stata al telefono; un Luigi Bernardi molto brillante, come gli capitava spesso di prima mattina, mi disse: “Devi, il prima possibile, leggere Naspini, non te ne pentirai”. Era il 2011. Registrai il dato perché del parere di Bernardi mi fidavo ciecamente. Mi procurai I cariolanti (Elliot, 2009), ma per un motivo o per l’altro non lo lessi subito, lo accantonai per diversi mesi. A maggio del 2012 mi trovai a dividere una stanza con Bernardi a Sarzana; rideva con il volto illuminato solo dalla luce del suo Ipad, gli domandai cosa stesse facendo e perché ridesse, rispose: “Sto litigando con Naspini”. Naspini! L’avevo dimenticato, la settimana successiva lessi il romanzo, in due sere soltanto. [continua a leggere su minima&moralia]


Brian Panowich, Come leoni (su HuffPost)

Brian Panowich, Come leoni, NN editore, 2018

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Bull Mountain è un luogo grigio scuro tra le montagne e i boschi della Georgia; un posto in cui ogni uomo è legato all’altro, in cui nessuno sfugge al proprio destino. Un luogo da cui pare sia impossibile potersene andare via. Il cielo è troppo vicino alla terra, la terra è sporca, se vediamo un fiume pensiamo al fango, se vediamo una donna pensiamo al dolore, se guardiamo gli uomini e sommiamo le loro vite, sovrapponendole, vediamo qualcosa di prossimo alla morte. [continua a leggere su HuffPost]


José Saramago, Le intermittenze della morte (su Doppiozero

José Saramago, Le intermittenze della morte, Einaudi, 2005, Feltrinelli 2012. Traduzione di Rita Desti.

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«Il giorno seguente non morì nessuno.»

A questo incipit sono legato particolarmente perché un giorno senza morte è un mio desiderio, un giorno soltanto, senza esagerare, per vedere di nascosto l’effetto che fa. Un giorno in cui tutti quelli destinati a morire la scampino; per fortuna o per caso, diremmo, se capitasse. Saramago, invece, non mette in campo la fortuna, fa semplicemente smettere alla Morte o alla sua incaricata di fare il proprio lavoro e non per un giorno ma per un numero congruo di mesi.

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gm

 


Andrea Pomella, Anni luce – su minima & moralia

Andrea Pomella, Anni luce, add editore 2018

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Eravamo giovani, avevamo vent’anni, stavamo in una terra di mezzo, il futuro sarebbe stato “Il motore del 2000”, il passato recente solo un racconto da invidiare; dovevamo costruirci un’identità, ma non ci facevamo illusioni. Non ci restava che cantare, urlare certe canzoni per fare entrare un po’ di luce. Andrea Pomella con Anni luce ci ricorda di noi, di tutte le volte che ci siamo attaccati a una bottiglia, a un amico, a un cantante. In molti siamo sopravvissuti a quella stagione e con quella particolare aria spaesata ce ne andiamo ancora in giro; senza troppi riferimenti, già stanchi in partenza e oggi stanchissimi anche per lamentarci. Siamo noi, che siamo accomunati dalla stessa distanza dalla speranza. [continua a leggere su minima&moralia]

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gm


Piglia, Respirazione artificiale su Doppiozero

Ricardo Piglia, Respirazione Artificiale, Sur, 2018, trad. G. Guadalupi

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“Sul telaio di quelle false illusioni si tendono le nostre sventure”.

I grandi libri bisogna saperli aspettare. Aspettare, cioè, il momento in cui si sia pronti ad accogliere tutto quello che un determinato numero di pagine ci potrà dare. Quando, per alcuni anni, si rimanda la lettura di un romanzo definito capolavoro – capolavoro sul serio, non tanto per dire, come spesso di questi tempi si fa – significa che da quella lettura ci si aspetta molto; e, ancora, si sa che quel libro non ha una data di scadenza, essendo il capolavoro, per definizione, senza tempo e senza spazio e che – per fortuna – non richieda un motivo. Io ho deciso che il tempo per questo libro fosse questo gennaio e che i luoghi dove lo avrei letto sarebbero stati Buenos Aires e Montevideo, posti di un viaggio dal quale sono appena rientrato. Il romanzo è Respirazione artificiale di Ricardo Piglia, ripubblicato in nuova edizione da Sur pochi giorni fa, per la traduzione di Gianni Guadalupi e introdotto, nell’edizione italiana, proprio da Piglia. Respirazione artificiale è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che abbiano a cuore le sorti della letteratura, tutti quelli che sanno cosa sia in grado di mostrare una frase scritta come si deve, e quanto sia in grado di celare. [continua la lettura su Doppiozero]

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gm


Verso Natale, ancora due parole sul cinghiale

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Quest’anno su Poetarum Silva non faremo la classifica dei libri. Ci abbiamo rinunciato anche l’anno scorso; forse perché con più di 700 post in 365 giorni di qualche libro abbiamo scritto, parlato o solo segnalato e può bastare.. A titolo personale, ed è per questo motivo che lo scrivo nel mio piccolo archivietto, voglio dire ancora due parole su Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, perché è un libro che ha portato cose belle e ne ha fatte capitare altre, ed è comunque uno dei più belli che ho letto quest’anno.

(Ma stringi stringi è sempre torneremo? la domanda fondamentale. La frase semplice che ci spiega che tutto quello che ci fa vivere viene dalla paura della morte).

La mia recensione al libro la trovate qua: Meacci/Poetarum. Alla fine dell’articolo scrivevo:

Ho la sensazione che la magia che ha compiuto Meacci con questo romanzo sia una cosa che tenteremo di ritrovare, da qui in poi, in altre cose che leggeremo, perché è una sensazione bella, come è bello il momento (che arriverà) in cui ci si commuove e sapremo esattamente quale frase di quale pagina scatenerà l’emozione particolare prossima alle lacrime, ma sapremo – anche e di più – che quel momento ha radici piantate solidamente dalla prima pagina, ed è costruito da Meacci, parola per parola.

Ci sono libri belli e libri bellissimi (e Il cinghiale che uccise Liberty Valance è tra questi), ma ci sono libri che si amano molto perché ci parlano, in molti modi. Ci parla la storia che raccontano, la lingua con cui la raccontano, il ritmo che impongono. Il romanzo di Meacci è un libro fatto di inventiva e domande, è anche un libro di conoscenza, un libro di morti e vivi. È un libro fatto di comunicazione e di incomunicabilità. È una storia d’amore. Qualche giorno dopo averne scritto ho avuto il piacere di conoscere Giordano e di presentare il suo libro a Venezia, alla Libreria Marco Polo (e dove altrimenti?), è stata una serata meravigliosa, divertente e faticosa. Parlare con Meacci in pubblico è un’esperienza che consiglio perché ti incanta; il faticoso si riferisce a quando bisogna chiudere le numerose parentesi che Meacci apre portandoti dappertutto. Gesticolando – finalmente – più di me. Da quella sera, in cui si poté parlare di Bertolucci (Attilio) e Raboni, di Kubrick e di Troisi e di Totò, provo anche dell’affetto per Meacci. 

Qualche giorno dopo quella serata, tornando in treno da Venezia a Milano, ho scritto una poesia a cui tengo molto, questa:

Milano, ultima

(a Giordano, che sa)

Eccola la mia città, di nuovo,
comparire istante dopo istante,
tetto dopo tetto, il giallo
smunto delle case di Lambrate,
le imposte un poco consumate.

Eccola insieme a quello che ricordo,
a quello che dimentico, prima un
ponte, poi un’intuizione, sapere
sotto al binario cosa passa, cosa
è passato, cosa – infine – passerà.

Eccola come in un piano
sequenza lungo il giusto, colori
mai uguali, un pensiero ampio,
un battito mancato sotto
al cuore, alle nove del mattino.

Eccola mentre si accosta
e mi riconosce e mi accoglie
un’altra volta, da vent’anni,
per poi sparire e lasciarmi
come tutti alle cose da fare.

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Devo questa poesia al ritmo del romanzo di Giordano e all’idea di accoglienza che il suo libro ti lascia. Il cinghiale che uccise Liberty Valance ti accoglie un po’ come fa Milano, non ti salta al collo, ma ti aspetta e poi non ti lascia andare.

Marco Opla + Gianni Montieri

Marco Opla + Gianni Montieri

Qualche tempo dopo per una mostra che si sarebbe tenuta poi a Portogruaro (e che poi è diventata itinerante Libri Di Versi) mi fu chiesto un testo che un’artista avrebbe dovuto rielaborare attraverso una sua opera. Fui abbinato (o scelto da lui) all’architetto Marco Opla. Io e Marco ci scambiammo alcune email, mi scrisse che avrebbe voltuo rielaborare un mio testo, che parlasse di una città, mediante l’utilizzo di Google Street Wiew, gli mandai subito “Milano, ultima”. La sua bellissima rielaborazione la trovate qui: Opla+/Milanoultima. Anche l’opera di Marco ha assecondato il ritmo della poesia e del romanzo (che non aveva nemmeno letto) e mi ha accolto (e sono certo che abbia accolto chiunque l’abbia osservata) come fosse Apperbohr e come fosse Milano.

Della letteratura mi piacciono le connessioni tra parole e persone e le conseguenze, le belle rimanenze. Il cinghiale ha fatto succedere cose, perciò lunga vita al cinghiale.

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© Gianni Montieri


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