Archivi del mese: settembre 2018

Eduardo Cambaceres, Sin rumbo (su Huffpost)

Eduardo Cambaceres, Sin rumbo, Arkana, 2018; trad. di Marino Magliani e Luigi Marfé

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«Era come morto, chiuso tra le pareti di casa, giorni interi senza voler vedere o parlare con nessuno, portato dalla corrente rovinosa del suo secolo. Pensava a se stesso, agli altri, alla miseria di vivere, all’amore (un maldestro richiamo dei sensi, all’amicizia (un disastroso sfruttamento), al patriottismo (un dovere o un residuo di barbarie), alla generosità, all’abnegazione, al sacrificio (tutte chimere, o mostruosa disaffezione per se stessi), misurando tutto in termini di onore e tenendosi lontano da ogni occasione virtuosa; e niente e nessuno veniva risparmiato al cospetto della legge amara e inesorabile del suo scetticismo. Nemmeno l’affetto della madre, figlio unico com’era del suo dolore; nemmeno dio, un assurdo spaventapasseri inventato dalla stupidità degli uomini.»

Questo è Andrés, così è, così pensa, così lo ha immaginato Eugenio Cambaceres, nel 1885 quando ha scritto Sin Rumbo (pubblicato da Arkadia editore, e tradotto da Marino Magliani e Luigi Marfé), il romanzo non era mai stato pubblicato in Italia, e ci ricorda che c’è ancora molto (per fortuna) da scoprire nella letteratura sudamericana. Va da subito detto che il lavoro dei traduttori pare formidabile, perché la lingua in cui leggiamo è attualissima ed ha un bel suono; suono che Cambaceres deve avere avuto nella penna e nella testa, perché stile e storia paiono contemporanei pur arrivando da Buenos Aires e dalla Pampa di più d cent’anni fa. [continua a leggere su Huffpost]

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David Foster Wallace. Mi manca comunque (su Doppiozero)

David Foster Wallace. Mi manca comunque

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[un mio pezzo a dieci anni dalla morte di David Foster Wallace per Doppiozero]

C’è un piccolo brano di David Foster Wallace, lo si legge a pagina 184 de Il Re pallido (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato) – il romanzo postumo, mai terminato e forse pubblicato troppo in fretta – che mi si è conficcato da qualche parte, chiamatela memoria chiamatelo cuore, dalla prima volta che l’ho letto e non mi ha mai più lasciato. Mi ritorna in mente con straordinaria frequenza, a metà tra la nostalgia per chi l’ha scritto e qualcosa con cui fare i conti. Il passaggio è questo:

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…». [continua a leggere su Doppiozero]

 


Javier Montes, Vita d’albergo (su Huffpost)

Javier Montes, Vita d’albergo, trad. di Loris Tassi, Nutrimenti 2018

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Si avverte fin dalle prime pagine la fluidità della prosa di Javier Montes, considerato uno dei maggiori scrittori spagnoli “giovani”, se giovane si può ancora chiamare un quarantenne; prosa resa splendidamente dalla traduzione di Loris Tassi. “Vita d’albergo” (Nutrimenti, 2018) è un bel romanzo, molto divertente, che dietro la freschezza e il ritmo della prosa tratta in maniera non convenzionale i temi della solitudine e dell’ossessione.

“Può darsi che sia solo questione di fisionomia: a volte le facce possono risultare molto ingannevoli. C’è gente che porta in giro i propri lineamenti come se li avesse vinti alla lotteria, gente che gesticola a caso senza neanche capire il significato dei propri gesti”.

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La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli (su Minima & Moralia)

La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli

Libri: Uomini e cani, Adelphi 2018 – Nella Perfida terra di Dio, Adelphi 2017

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Ho avuto sempre un’idea Faulkneriana della Puglia, di una terra aspra e selvaggia, battuta, scaldata e consumata dal sole. Una Puglia gialla e verde e misteriosa. La Puglia come gran parte del nostro sud nasconde e mostra contemporaneamente, a ogni angolo, qualcosa di cupo, un buio pronto a risucchiarti alla prima distrazione, al primo segno di abbandono. Ho detto Faulkner ma avrei potuto dire Mc Carthy, o Joe R. Lansdale. La Puglia è infinita e ci si può perdere, c’è qualcosa di oscuro nei piccoli paesi, ai confini delle masserie, nei muri screpolati, nei bar costruiti sotto case abusive, qualcosa che si avverte ma subito passa via perché poi si arriva al mare, e lì lo splendore per qualche istante ti rapisce e dimentichi il resto.

Pianse quando si rese conto di dove si trovasse e, senza più un briciolo di volontà, si ritrovò a desiderare il potere di annientarsi all’istante: morire, per non dover affrontare la verità spaventosa.

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