Archivi del mese: ottobre 2018

Andrea Pomella, L’uomo che trema (su minima&moralia)

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Dentro quel particolare cielo credo si muova il malato di depressione, dentro una pericolosissima calma, in un accumulo di ore e giorni che preludono a un’esplosione, in cui la detonazione è sempre rimandata, c’è la paura del boato e mai il boato. Il depresso sta nell’istante prima del terremoto per quasi tutto il tempo. Deve essere terribile.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»

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Giulia Cavaliere, Romantic Italia (su Doppiozero)

Lucio Dalla una volta ha detto: “Le canzoni poi sono una cosa minima ma quando ti agguantano …”. Lo disse durante il concerto Work in progress raccontando la commozione e l’invidia che provò ascoltando per la prima volta Santa Lucia di De Gregori. Dalla parla per un paio di minuti – se dovesse venirvi voglia di cercare il video su youtube non lo trovereste più, purtroppo, ed è un peccato, perché Dalla sapeva anche raccontarla oltreché cantarla – e riesce a portarci dentro quel pezzo in una maniera unica. Lucio, ascoltatore in quel momento, come tutti noi, dovette accostare la macchina e fermarsi perché la canzone lo aveva agguantato. “Se fossi uno stronzo vi direi che ho pianto, ma siccome sono uno stronzo ve lo dico”. Questo frammento mi è tornato in mente appena ho cominciato a leggere l’introduzione a Romantic Italia (minimum fax, 2018) che la stessa Giulia Cavaliere scrive. Ho capito che l’autrice ha ben presente l’importanza di quella cosa minima e di come ci accompagni, ci aiuti, ci rappresenti, ci dica qualcosa di noi, ci sconvolga e chissà che altro ancora nel corso della nostra vita. Siamo fatti della stessa melodia delle canzoni che abbiamo ascoltato, arrangiati più o meno bene a seconda delle nostre ragioni e stagioni.

«[…] nella mia cameretta io salvavo le canzoni dall’invisibile e incombente macero del tempo e loro salvavano me dalla fatica dolorosa di descrivere e dire, da sola, l’indescrivibile e l’indicibile.» [continua a leggere su Doppiozero]

 


Juan Cárdenas, Ornamento (su minima&moralia)

Juan Cárdenas, Ornamento, Ed. Sur 2018, trad. Chiara Muzzi

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«Quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito. Basta aprire la porta per scorgere l’eloquente immagine: centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una stanza vuota, attraversata solo dall’ombra fresca e lunga della marmaglia, a un piano vuoto di un edificio vuoto, di un edificio razionalista in passato bello e splendente, costruito a immagine e somiglianza degli edifici razionalisti in passato belli e splendenti delle città razionali. Centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una città irrazionale un giorno hanno battuto, su centottantotto fogli di carta intestata delle Assicurazioni Tequendama, un discorso armonioso e razionale che qualcuno avrebbe letto con devozione negli uffici e nei corridoi del Ministero della Destituzione: quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito e non sarò milioni, sarò l’unico esempio, rotti gli schemi, l’esempio inimitabile[…]»

Quattro donne partecipano a dei test per la sintetizzazione di una nuova droga, non ne conosciamo i nomi, sono numerate da 1 a 4. Quando ricevono le prime dosi, le prime 3 si addormentano, la numero 4 (così sarà chiamata per tutto il libro) rimane sveglia e comincia degli strani sproloqui che il medico a capo dell’esperimento decide di trascrivere. Il brano qui in alto è l’attacco del terzo monologo della numero 4. L’ho riportato sperando che faccia su chi legge lo stesso effetto che ha fatto a me. Ci troviamo davanti a una serie di frasi apparentemente senza una sequenza logica – I monologhi della numero 4 si scioglieranno in uno più lungo posto nell’ultima parte del libro –, eppure noi qualcosa vediamo, qualcosa che va oltre all’effetto della droga assunta. Vediamo una carrellata di immagini che sembrano uscire da un film e che, per lo straordinario ritmo della prosa di Juan Cárdenas, ci si attaccano addosso prima ancora di trovare loro un significato. [continua a leggere su minima&moralia]

 


Milano, una passeggiata sentimentale

 

Milano, 23/01/1996 – 26/09/2018

Me ne sono andato, volevo dirtelo, Milano; potrà sembrare che sia andato via all’improvviso, ma non è così. L’andarsene è sempre un processo molto lungo. Quello che è vero è che non ho avuto molto tempo per salutare le persone, gli amici, ma va bene così, non mi piacciono gli addii e nemmeno gli arrivederci, sarebbero stati degli ciao con qualche abbraccio, ma quelli che contano e tu, Milano, sarete sempre dietro l’angolo. Salutare te, Milano, è però faccenda diversa, siamo cresciuti e cambiati insieme, Milano, in meglio, lo dico io per te, che sei più riservata. Ti ho salutata nell’unico modo possibile, nel modo in cui ci siamo conosciuti, con una passeggiata.

Il pomeriggio prima di andare via sono uscito di casa, ad Affori, ho pranzato in un posto in via Cialdini, ho pagato e poi – semplicemente – ho cominciato a camminare, un passo dopo l’altro, muovendo i piedi senza un copione.

Il primo pezzo è da via Pellegrino Rossi fino a Maciachini, e qui ho detto ciao alle botteghe, al quartiere che è stato casa per gli ultimi sei anni, la casa più casa che io abbia mai avuto. Affori è stata la mia “finestra in miniatura”, ho camminato fino a Dergano e ho deviato a destra verso l’interno per salutare i colori della nuova piazza. I colori sono belli Milano, e lo sono pure i tuoi. C’era il sole  su via Imbonati che faceva luci e ombre sui bus della linea 70 che risalivano verso Bruzzano o che scendevano verso Zara.

A Maciachini ho attraversato e ho preso via Menabrea, è carina, coi suoi piccoli palazzi e i pochi bar. A metà di via Menabrea c’è piazza Giuseppe Pasolini, e ogni volta – anche questa – penso, Milano, chissà quanta gente si volta e per un attimo ha l’illusione di trovarsi in piazza Pier Paolo Pasolini, e chissà che palle il buon Giuseppe. Via Menabrea che non ha il museo della birra ma ha quello della macchina da scrivere. Giù dritto fino all’Isola, Milano. E ho salutato i palazzi vecchi che resistono e quelli nuovi sullo sfondo. Alla fine stanno bene insieme, l’ho imparato, sei entrambe le cose, Milano.

Corso Como, Milano, e piazza XXV aprile, che per me è sempre quella del Teatro Smeraldo. Un bacio lanciato all’Anteo, e giù dritto per Corso Garibaldi, e via  Moscova, e  più giù ancora fino al Piccolo Teatro. Ho bevuto un caffè a Lanza per la prima volta nella vita, un caffè tremendo, ma non importa, Milano, erano importanti i saluti. Contava incrociare i tram, contava la casualità.

E allora giù, senza parlare, verso il Castello, e poi Cadorna, Milano. Ci ho messo anni a farmi piacere quella piazza, e adesso la trovo stupenda. Adesso che me ne vado, Milano. Ho camminato tanto, ma ho proseguito lungo via Boccaccio e fino a Piazza Conciliazione, i miei piedi hanno fatto un po’ di linea 3, un po’ di linea 2, e un bel pezzo di linea 1, Milano. Sei una città ben servita, si sa.

Ho di nuovo deviato, Milano, verso piazzale Baracca, storico capolinea della linea 67, quante ne so, Milano. Avrei potuto andare a sinistra fino a piazzale Aquileia, in posti dove ho abitato, ma da lì sarebbe stato troppo facile tirare verso i Navigli, ma non ce l’ho fatta. Non volevo una passeggiata strappalacrime, Milano, e allora ho tirato dritto per corso Vercelli. Qui c’era una libreria in cui ho passato tanti pomeriggi dei miei primi anni in città, Milano.

Ho fatto un ciao con la manina alla Feltrinelli e poi in via Marghera ho salutato un amico, un napoletano. Abbiamo bevuto un paio di birre a De Angeli, che non è un posto da birre, però va bene in un pomeriggio di sole.

Dopo mi sono infilato in metropolitana, ma a Bande Nere sono sceso di nuovo, Milano. Non potevo andarmene senza salutare tutta via Delle Forze Armate, sapendo che San Siro è poco distante. San Siro vale il Naviglio, e lo si saluta da lontano. Così, come il Duomo, Palestro, Porta Venezia, così come la Ghisolfa, e la Martesana. Ti ho salutata tutta, Milano, fino a via Cascina Barocco, che adesso sfuma nel Parco delle Cave, ma prima non era così.

Prima è tanti anni fa, è metà di questa vita. Me ne sono andato, Milano, ma lo sai che ti voglio bene, e ti ringrazio per come mi hai accolto senza disturbare. Nel mio cuore vali come Napoli, Milano, e a voi due guarderò sempre con dolcezza, qui da Venezia, dalla meraviglia della mia nuova casa, della mia nuova vita.

Il resto , lo sai, Milano, è dentro una poesia, questa.

 

Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa
*
a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.
*
Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba in fondo al viale.

 

 

Gianni Montieri


Marco Lupo, Hamburg (su minima & moralia)

Marco Lupo, Hamburg, Il Saggiatore 2018

 

La letteratura contemporanea ci porta molto spesso nei paraggi della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni mi è capitato di leggere molti romanzi che muovono le loro pagine dal 1930 al 1950, oppure fino al 1960, e ai giorni nostri, ma questi ultimi raccontati come conseguenza. Come se i giorni nostri e quindi noi stessi discendessimo, derivassimo da quel conflitto, e non è così? La nostra memoria è costruita sulle memorie dei nostri nonni, è fatta di racconti di altri. Il nostro istinto, prima ancora del ragionamento, tende a custodire ciò che ci viene tramandato. I nostri primi ricordi non esistono, in realtà, ci vengono in mente storie di noi che altri più vecchi ci hanno detto.

[continua a leggere su minima&moralia]


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