Archivi categoria: narrativa

Verso Natale, ancora due parole sul cinghiale

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Quest’anno su Poetarum Silva non faremo la classifica dei libri. Ci abbiamo rinunciato anche l’anno scorso; forse perché con più di 700 post in 365 giorni di qualche libro abbiamo scritto, parlato o solo segnalato e può bastare.. A titolo personale, ed è per questo motivo che lo scrivo nel mio piccolo archivietto, voglio dire ancora due parole su Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, perché è un libro che ha portato cose belle e ne ha fatte capitare altre, ed è comunque uno dei più belli che ho letto quest’anno.

(Ma stringi stringi è sempre torneremo? la domanda fondamentale. La frase semplice che ci spiega che tutto quello che ci fa vivere viene dalla paura della morte).

La mia recensione al libro la trovate qua: Meacci/Poetarum. Alla fine dell’articolo scrivevo:

Ho la sensazione che la magia che ha compiuto Meacci con questo romanzo sia una cosa che tenteremo di ritrovare, da qui in poi, in altre cose che leggeremo, perché è una sensazione bella, come è bello il momento (che arriverà) in cui ci si commuove e sapremo esattamente quale frase di quale pagina scatenerà l’emozione particolare prossima alle lacrime, ma sapremo – anche e di più – che quel momento ha radici piantate solidamente dalla prima pagina, ed è costruito da Meacci, parola per parola.

Ci sono libri belli e libri bellissimi (e Il cinghiale che uccise Liberty Valance è tra questi), ma ci sono libri che si amano molto perché ci parlano, in molti modi. Ci parla la storia che raccontano, la lingua con cui la raccontano, il ritmo che impongono. Il romanzo di Meacci è un libro fatto di inventiva e domande, è anche un libro di conoscenza, un libro di morti e vivi. È un libro fatto di comunicazione e di incomunicabilità. È una storia d’amore. Qualche giorno dopo averne scritto ho avuto il piacere di conoscere Giordano e di presentare il suo libro a Venezia, alla Libreria Marco Polo (e dove altrimenti?), è stata una serata meravigliosa, divertente e faticosa. Parlare con Meacci in pubblico è un’esperienza che consiglio perché ti incanta; il faticoso si riferisce a quando bisogna chiudere le numerose parentesi che Meacci apre portandoti dappertutto. Gesticolando – finalmente – più di me. Da quella sera, in cui si poté parlare di Bertolucci (Attilio) e Raboni, di Kubrick e di Troisi e di Totò, provo anche dell’affetto per Meacci. 

Qualche giorno dopo quella serata, tornando in treno da Venezia a Milano, ho scritto una poesia a cui tengo molto, questa:

Milano, ultima

(a Giordano, che sa)

Eccola la mia città, di nuovo,
comparire istante dopo istante,
tetto dopo tetto, il giallo
smunto delle case di Lambrate,
le imposte un poco consumate.

Eccola insieme a quello che ricordo,
a quello che dimentico, prima un
ponte, poi un’intuizione, sapere
sotto al binario cosa passa, cosa
è passato, cosa – infine – passerà.

Eccola come in un piano
sequenza lungo il giusto, colori
mai uguali, un pensiero ampio,
un battito mancato sotto
al cuore, alle nove del mattino.

Eccola mentre si accosta
e mi riconosce e mi accoglie
un’altra volta, da vent’anni,
per poi sparire e lasciarmi
come tutti alle cose da fare.

*

Devo questa poesia al ritmo del romanzo di Giordano e all’idea di accoglienza che il suo libro ti lascia. Il cinghiale che uccise Liberty Valance ti accoglie un po’ come fa Milano, non ti salta al collo, ma ti aspetta e poi non ti lascia andare.

Marco Opla + Gianni Montieri

Marco Opla + Gianni Montieri

Qualche tempo dopo per una mostra che si sarebbe tenuta poi a Portogruaro (e che poi è diventata itinerante Libri Di Versi) mi fu chiesto un testo che un’artista avrebbe dovuto rielaborare attraverso una sua opera. Fui abbinato (o scelto da lui) all’architetto Marco Opla. Io e Marco ci scambiammo alcune email, mi scrisse che avrebbe voltuo rielaborare un mio testo, che parlasse di una città, mediante l’utilizzo di Google Street Wiew, gli mandai subito “Milano, ultima”. La sua bellissima rielaborazione la trovate qui: Opla+/Milanoultima. Anche l’opera di Marco ha assecondato il ritmo della poesia e del romanzo (che non aveva nemmeno letto) e mi ha accolto (e sono certo che abbia accolto chiunque l’abbia osservata) come fosse Apperbohr e come fosse Milano.

Della letteratura mi piacciono le connessioni tra parole e persone e le conseguenze, le belle rimanenze. Il cinghiale ha fatto succedere cose, perciò lunga vita al cinghiale.

*

© Gianni Montieri


Higuain, Dica 36

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Sono nato il 10 dicembre del 1987 a Brest, in Francia. È in Bretagna, c’è anche il Museo delle Fragole (e del patrimonio), ma questo l’ho scoperto pochi anni fa. Sono nato a Brest, una notte di maggio del 2016, invece, sono diventato napoletano. Il mio colore preferito è l’azzurro: come il cielo di Brest quando passano rapide le nuvole, come quello di Buenos Aires nelle mattine d’inverno, come quello di Napoli che s’apre all’improvviso sopra Via Caracciolo. Dopo Brest e prima di Napoli sono stato argentino, dopo Napoli sarò ancora argentino. Mi chiamo Gonzalo, sono argentino, faccio il calciatore e mi piacciono le fragole. A Brest ho vissuto pochissimo, pochi mesi, quasi niente. La mia infanzia, la mia adolescenza, gli anni che contano li ho vissuti a Buenos Aires, lì è la mia casa. La mia terra era quella giusta per imparare a fare il calciatore. Imparare, sì. Perché saper giocare a calcio è un dono, tutta la storia del talento la conosciamo bene, ma a fare il calciatore si impara. Io volevo imparare, sapevo che avrei imparato.

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Il mio racconto su Higuain comincia così, per il resto del racconto e del libro dovete comprare “Dica 36”, Colonnese Editore, già prenotabile e in vendita dal 7 luglio. Il libro è una raccolta di scritti su Higuain, un libro de Il Napolista, curato da Francesca Leva, qui per tutti i dettagli e l’elenco degli autori coinvolti: Napolista/Dica36

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La prima presentazione del libro si terrà domani nel rione Sanità, per i dettagli qui: Dica36/Presentazione

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Il libro si può già prenotare su:

IBS/DICA36

e su

AMAZON/DICA36

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I diritti d’autore sono stati donati alla Onlus “Fondazione di Comunità San Gennaro”

GM


Breve viaggio nei romanzi di Mario Benedetti (per Doppiozero)

fonte milan cervantes .es

fonte milan cervantes .es


Questa storia comincia nell’estate del 2013, la nostra estate, ma comincia nell’inverno uruguaiano, a Montevideo. Comincia quando Anna, la mia compagna, fa in quella città un breve viaggio. Comincia con una foto che Anna scatta sul Rio de la Plata, mentre lo attraversa da Buenos Aires a Montevideo. Questa storia comincia con Anna che su Skype mi racconta questa strana città, me ne comunica il fascino. Comincia con me che immagino e penso e invidio, e ricordo Anna in altri luoghi con me, con le sue macchine fotografiche analogiche al collo. Comincia con una profonda nostalgia, qualcosa di bello dolce e strano, che influenzerà molto di quello che ho scritto da allora in poi. Questa storia continua con un nome, Mario Benedetti e con un titolo, Grazie per il fuoco. Anna mi racconta di questo libro incredibile e mi parla incantata del suo autore, mi accenna a un altro romanzo, La Tregua, di cui ancora non sappiamo della ristampa italiana che verrà. Mi dice che devo leggerlo, perché io di Benedetti Mario, più volte candidato al Nobel, non ho mai letto nulla. E allora, aspettando che Anna ritorni, io cerco i libri di Mario Benedetti.

La solitudine e la mediocrità nei personaggi di Mario Benedetti

“Come d’abitudine si allinearono le due squadre per ascoltare e cantare gli inni nazionali. Per primo, ovviamente, fu suonato quello della squadra di casa, con il coro del pubblico e dei giocatori, seguito da una calorosa ovazione. Poi l’inno dei nostri giocatori. La registrazione era spaventosa, di una stonatura veramente olimpica. Non tutti i giocatori conoscevano tutte le parole, però facevano il coro almeno nella strofa più famosa. Solo uno dei calciatori, per puro caso un attaccante, anche se si ricordava l’inno, decise di cantare al suo posto il tango Cambalache : «Che il mondo sia stato e sarà una schifezza, / già lo so, / nel cinquecentosei / e anche nel duemila». Solo nella tribuna d’onore alcuni applaudirono per dovere.”

Questo brano è tratto dal racconto Cambalache in Lettere dal tempo (Le Lettere, 2000, trad. di Emanuela Jossa), il primo libro che ho comprato di Benedetti. [Continua a leggere su Doppiozero]


Su Kent Haruf (due parti di un discorso)

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Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

*

Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf. [continua a leggere su Poetarum Silva]

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Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta. [continua a leggere su Poetarum Silva]

©Gianni Montieri

 


Una frase lunga un libro #23: George Saunders, Bengodi e altri racconti

#unafraselungaunlibro 23 George Saunders: Bengodi e altri racconti su Poetarum Silva

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Una frase lunga un libro #23: George Saunders, Bengodi e altri racconti, minimum fax, 2015; traduzione di Cristiana Mennella, € 16,00, ebook € 7,99

Puoi immaginare una collina, ma una collina immaginaria non è reale, non spande odore di trifoglio, nessun cagnaccio la discende rincorrendo un bambino fino a un cortile dove un padre si gratta davanti a una scacchiera piazzata sopra una vaschetta per gli uccelli. Puoi immaginare Ashtabula che dorme, ma non faresti giustizia alle facce comprese delle guardie davanti ai falò di sicurezza agli incroci. Ecco un ubriaco che urla consigli a un albero, ecco un fuoco acceso in un campo d’erba medica, ecco il fischio del treno che riecheggia da un muro con sopra scarabocchiato: Crepate Cazzoni che non siete altro. Verso Cleveland vedo una folla inseguire un maiale davanti a un Wal-Mart sventrato. Il maiale è sfinito e si ferma ansimante su un marciapiede. La folla sembra…

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Una frase lunga un libro #22 – Gianni Agostinelli, Perché non sono un sasso

#Unafraselungaunlibro 22: Gianni Agostinelli, Perché non sono un sasso

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14240759786334-agostinelliUna frase lunga un libro #22: Gianni Agostinelli, Perché non sono un sasso, Del Vecchio editore. € 14,00, ebook € 7,99

Se dopo un’osservazione sul tempo non hai modo di dire altro vuol dire che non hai nulla da dire e che quella nota sulla neve non era un prendere tempo per argomentare altro ma solo il vuoto che hai dentro

Chiudi il libro di Gianni Agostinelli e ti fai una domanda: Mi sono divertito o angosciato? Ebbene, non c’è una risposta, almeno non una sola, perché sono vere entrambe le cose. Matteo, il protagonista di questo romanzo, studente in filosofia rinunciatario, solo, per inadeguatezza più che per scelta, o per entrambe le cose (riconoscersi inadeguato rispetto al resto del pianeta non rappresenta, comunque, una scelta?), racconta un pezzo della sua vita di poco più che trentenne. Vita che si svolge in provincia, nell’Italia centrale, una vita senza amici, senza fidanzate, una…

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Janis Joyce – Seconda stella a destra

Janis Joice – Seconda stella a destra. una mia recensione su Poetarum Silva

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joyceJanis Joyce – Seconda stella a destra ed. Ad est dell’equatore, 2015. € 12,00

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Caro lettore, ti ci porto dentro come fosse un viaggio. Hai mai viaggiato, lettore? Viaggiato, nel senso di andare lontano e poi vediamo, subito che mi scappano le rime lettore, ma tu non farci caso. Viaggiare nei luoghi lontani, non quelle robe zaino in spalla, o non quelle soltanto, viaggiare con l’idea di non tornare, cercando qualcosa, trovando tanto o niente. Tornare indietro, forse. Sei mai tornato, lettore? Com’è? Poi c’è il viaggiare nel tempo, non parlo di macchine, o cose tipo Ritorno al futuro, parlo semplicemente di leggere. Te li ricordi gli anni ottanta, lettore? Questa è la prima cosa di cui voglio parlarti mentre vado a dirti di questo libro. Ecco, da adesso fin quasi alla fine mi rimetto alla tua attenzione.

Seconda stella a destra non è un romanzo sugli anni ottanta…

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Una frase lunga un libro #21: Giacomo Verri, Racconti partigiani

#unafraselungaunlibro 21 su Poetarum Silva. “Racconti partigiani” di Giacomo Verri

Poetarum Silva

Racconti-partigianiUna frase lunga un libro #21: Giacomo Verri, Racconti partigiani, Biblioteca dell’Immagine, 2015. € 14,00

Parlo di Boezio che oggi non c’è più e che io ricordo in una mattina di aprile del novantotto. Faceva caldo e c’era molta gente in attesa davanti all’ufficio postale. Quello di Bornate, che è piccolo e ci stanno sedute solo tre persone alla volta. Io non lo conobbi e lui non mi conobbe. Nel senso che tra noi non ci furono molte parole. Io sapevo chi era. Lui, ovviamente, no. Perciò quella volta lo osservai con agio, come si fa quando si è in fila, senza che egli si stupisse del mio sguardo. Oggi so tutto di Boezio.

Mi capita spesso, o mi è capitato, di dire quanto mi interessi, quanto ancora mi colpisca la storia della Seconda guerra mondiale, la nostra. In particolare, quanto io abbia fame e necessità di leggere della Resistenza…

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AA. VV. Venti pallottole vaganti (dai racconti di Luigi Bernardi)

Poetarum Silva

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Questo libro contiene centouno storie, sono tutte storie vere, accadute in Italia nell’anno 2000. Molte di queste storie le avevo già scritte in un paio di libri, insieme a parecchie altre. Diversamente da lì, dove l’interesse era in prevalenza giornalistico, qui di ognuna ho operato la sintesi estrema, riducendola al racconto dei personaggi e del gesto in cui si rendono protagonisti[…]. Pallottole vaganti aspira a essere un testo di narrativa, realizzato attraverso la formula del microracconto. Per sottolineare questo aspetto, ho eliminato il cognome dei personaggi. Ho mantenuto invece l’età, perché a volte gli anni dicono più di qualsiasi altro elemento.

Luigi Bernardi scriveva questo brano nella nota introduttiva all’edizione 2002 di Pallottole vaganti (DeriveApprodi, 2002), l’intento di Luigi era chiaro, gli interessavano le persone prima del gesto, le storie più delle cause. Partendo da questa sua idea  gli studenti del Corso di Fumetto e Illustrazione dell’Accademia di Belle Arti…

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Una frase lunga un libro #19 – Véronique Ovaldé: La sorella cattiva

#Unafraselungaunlibro 19 Véronique Ovaldé – La sorella cattiva su Poetarum Silva

Poetarum Silva

182_ovaldé_la_sorella_cattiva_x_giornaliUna frase lunga un libro #19 – Véronique Ovaldé: La sorella cattiva, minimum fax, 2015 (traduzione di Lorenza Pieri); €15,00 – ebook € 6,99

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Eravamo dei giovani pieni di speranza ma alcuni di noi si sarebbero avvicinati alla morte mentre altri sarebbero andati all’estero, alcuni di noi si sarebbero sposati con persone incrociate una volta o due, alcuni sarebbero diventati buddisti e altri si sarebbero dati all’alcol e al Prozac. Noi abbiamo sempre pensato che domani sarebbe stato migliore di oggi, abbiamo tutti cercato di abitare altrove rispetto all’indirizzo in cui vivevamo, abbiamo tutti cercato una casetta di fronte alla spiaggia e per alcuni era un sogno borghese e per altri il miglior modo di adattarsi alla propria natura peritura. Maria Cristina non avrebbe mai scritto cose così, le sarebbe sempre mancata la possibilità del plurale, non avrebbe mai potuto essere nient’altro che degnamente solitaria.

Partiamo da qui, da Maria…

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