Archivi del mese: gennaio 2016

Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via

#Unafraselungaunlibro 42 su Poetarum Silva: Vito Bonito, Soffiati via

Poetarum Silva

soffiati

Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via, Il ponte del sale, 2015, € 15,00

.

da bambina
seduta nel sangue
volevo sapere
cosa resta dei morti

alle manine che uccido
ora chiedo

cosa resta di me
che cosa non torna
mai più

Come fosse un racconto

Chi sono i bambini? Quelli di Bonito e poi tutti i bambini? E gli umani? Mi faccio queste e altre domande, mentre ripongo in libreria,  dopo la terza, quarta lettura, Soffiati via. Mi sono venuti in mente altri bambini, bambini reali e particolari, i bambini dei racconti di Silvina Ocampo (penso soprattutto a Un’innocente crudeltà, La nuova frontiera, 2010, traduzione di F. Lazzarato). I bambini di Ocampo sono fantasiosi più che mai, sono crudeli, sono sovvertitori di regole. Bambini che inventano, bambini che volano, bambini che imprigionano gli adulti in salotto, bambini che ammaliano altri bambini, bambini che dettano…

View original post 715 altre parole

Annunci

Su “Avremo cura” intervista di Giovanni Fierro

Scrivere il viaggio        ——————————–

La cura e il prendere nota

Fra le pagine di Gianni Montieri

di Giovanni Fierro

 

 

Gianni Montier 'avremo cura' copertina.jpg

C’è tutto nel titolo di questa raccolta: “Avremo cura”.
Che è titolo coraggioso, parole che si tengono strette e sanno bene il rischio che corrono.
Mi immagino che Gianni Montieri lo sappia bene, molto bene.
E mi immagino che non poteva fare altrimenti.
Perché la direzione scelta, in queste pagine scritte e firmate da lui, è una decisa direzione che va contro mano.
In senso inverso e contro l’onda di attuale negligenza emotiva e sviluppata paura sociale, che è la caratteristica ormai principale del nostro presente.
“Avremo cura” è un libro che fa i conti con le proprie radici, con i propri sentimenti, con i propri desideri; ed ha uno sguardo che vuole stare attento, che vuole essere partecipe.
Perché se c’è tanto di cui discutere e mettere in dubbio, c’è anche un qualcosa che va difeso, impugnato, mostrato e vissuto.
Che è, prima di tutto, il rispetto. Verso di sé, verso chi vogliamo bene, verso chi sappiamo è indifeso.
Niente è lontano, nessuno è lontano.
Ogni distanza una volta percorsa diventa una vicinanza. Sia che si tratti di chilometri, sia che si tratti di conoscenza.
Benvenuti, in queste pagine che sanno far tremare ogni foglia del cuore, e sanno conservare ogni respiro umano.
Fra città, giovinezze passate, costruzioni di un amore e fiducia nella parole.
Quelle pensate e quelle scritte, ci suggerisce Gianni Montieri, che sa indicarci in ogni sua pagina una possibilità di nuova esperienza, e allo stesso tempo, di farci ricordare perché ha sempre un senso credere nello stare al mondo.

 

 

dal libro, sezione “Avremo cura”:
Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa

a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.

Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba in fondo al viale.

 

***

 

Tutto quello che ti è cucito sul cuore
tutto il metallo, il ferro arrugginito
il ricamo irregolare lungo il tessuto
del muscolo, tutti i vestiti raccolti
in fondo all’armadio, i medicinali
scaduti, il cappello che hai regalato
a tuo padre, l’inutilità perpetua
di un ottavo di Coppa Italia, i quattro
quarti musicali che non hai mai capito
il tempo tolto all’amico perduto
l’amore (questa parola e non un’altra)
salvo, già salvato, ancora da salvare.

 

 

gianni montieri 2.jpg

 

 

dal libro, sezione “(sud) in caso di morte”:
Francesco alle medie era il più smilzo
poco ne capiva di materie letterarie
sono certo l’algebra lo confondesse
però toccava il culo alle ragazze
ghignava con la sigaretta in bocca
che sarebbe diventato il padrone
del suo rione popolare
era già morto, dieci anni
prima che gli sparassero
gli passavamo i compiti
non lo sapevamo.

 

***

 

Scrivere di una madre
farlo in una sera di febbraio
riporre, seguendo schema matematico,
i piatti asciutti in credenza
poi i bicchieri, le tazze
nel mobile più in alto.
La somma delle rinunce di una madre
di seguito la teoria del sottrarsi:
meno cose – meno vestiti – meno me
applicazione scientifica del dare:
più sacrificio – più amore – più esserci.
Dopocena faccio cose del genere,
quando sto in casa e non esco
non guardo la tele e nemmeno scrivo
sarebbe facile spiegarti il bene che mi fai
più facile con la neve fuori
– il bianco ti somiglia –
invece mi accomodo in poltrona
controllo la posta e non ti chiamo.

 

 

l’intervista a Gianni Montieri:

In ‘Avremo cura’ ci sono spostamenti geografici, e ‘spostamenti’ del cuore; che viaggiare è questo, contenuto in queste pagine?
Come ho scritto nella breve nota che chiude il libro, le due sezioni rappresentano un’andata e un ritorno, il viaggio c’entra molto, ma il viaggio è per me un sacco di cose. Viaggiare è ritornare a casa, è scoperta e riscoperta. Viaggiare è trovare una direzione e un senso, viaggiare è cercare di comprendere. Viaggiare, qui, è desiderio di stabilità. In fondo, queste sono tutte poesie d’amore, abbiamo viaggiato per questo.

Alcune città di cui parli, le rendi umane, con tratti che si solitamente si attribuiscono a uomini e donne. come mai? che rapporto hai con loro? penso in primis a Milano…
Le città mi sono indispensabili, hai ragione, vengono fuori con tratti umani. Credo sia perché i miei stati d’animo e la mia capacità di osservare mutino, e si adeguino molto al cambiamento dei luoghi in cui vivo. Milano è la città in cui vivo da vent’anni, Venezia è il luogo in cui torno settimanalmente, Napoli è da dove vengo. Non so mai chi sia a cambiare se io o loro, forse lo facciamo entrambi, forse fingiamo.

Questo tuo muoverti, continuo, che realtà ha creato nel tuo vivere? penso alla facilità di un possibile disorientamento, o alla fortuna di nuovi incontri….
Entrambe le cose, direi. Muoversi spesso fa perdere l’orientamento, ma quella è una perdita necessaria per trovare qualcosa in più e, soprattutto, per guardare le cose dalla giusta distanza, capirle e amarle meglio, o lasciarle andare. Ogni volta che si fa un nuovo incontro è un colpo di fortuna, se siamo bravi, come minimo, impariamo qualcosa.

 

gianni montieri 3.jpg

 

Sono testi molto visivi, che rivoltano all’infuori il tuo vissuto, con una forma quasi cinematografica. può essere questa una lettura possibile?
Questa è una lettura sicuramente possibile, cinematografica o, forse, fotografica. Se pensiamo, soprattutto, ai testi della seconda parte, potremmo azzardare (ma non sono il più adatto a dirlo dei miei testi) che si tratti di fotografie scattate molti anni fa e sviluppate a distanza di tanto tempo, ma saremmo comunque un po’ imprecisi perché tra lo scatto e lo sviluppo è passato un sacco di tempo, il tempo in cui questi testi sono stati pensati, ed è per questo che sono poesie, credo.

In queste pagine si fa i conti continuamente con il vivere. e non sempre è facile. Penso alla seconda parte del libro, dai tratti dolorosi. Eppure è la tensione positiva del vivere che emerge. E’ anche questa una forma di resistenza, l’avere cura?
Credo che il dolore, la sofferenza, ma anche la comprensione, che emergono nella seconda parte dei testi, rendano possibile l’idea di serenità, di felicità possibile di gran parte dei testi della prima sezione. Avere cura è una forma di resistenza, come dici tu, ed è dimostrazione di coraggio, forza e dolcezza. Avere cura di tutto quello che abbiamo imparato, fare memoria, tenere dentro quello che va tenuto e poi prendersi cura di quello che verrà, di chi ci sta accanto, accorgersi delle persone e delle cose, essere uomini, tentare di fare meglio. Il nostro meglio.

Gianni Montieri “Avremo cura”, Zona editore, pp 65, 10 euro

 

Nota: L’intervista a cura di Giovanni Fierro è  uscita su Farevoci

 

 

 

 

 


“Avremo cura” a Udine e Gorizia

Avremo cura - copertina solo prima

 

Doppio incontro friulano per “Avremo cura“. Ci vediamo:

Giovedì 28/01 a Udine alla Libreria Friuli Via Rizzani 1/3 – alle 18,00: presentazione di “Avremo cura” con Enzo Martines

*
Venerdì 29 gennaio – alle 20.45
Wine café Al Cantuccio, via Marconi/corte S.Ilario – Gorizia

presentazione di “Avremo cura”
con Francesco Tomada – a cura di Giovanni Fierro

musica dal vivo: Pierpalo Gregorig al sax, Giampaolo Mrach alla fisarmonica.

e letture di Laura Marchig.


Su Kent Haruf (due parti di un discorso)

cover-3

Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

*

Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf. [continua a leggere su Poetarum Silva]

*

haruf_canto_cover

Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

*

Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta. [continua a leggere su Poetarum Silva]

©Gianni Montieri

 


Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione (prima parte di un discorso)

#Unafraselungaunlibro n. 40 su Poetarum Silva: Kent Haruf, Benedizione

Poetarum Silva

cover-3

Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

*

Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto…

View original post 871 altre parole


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: