Archivi categoria: romanzo

David Foster Wallace. Mi manca comunque (su Doppiozero)

David Foster Wallace. Mi manca comunque

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[un mio pezzo a dieci anni dalla morte di David Foster Wallace per Doppiozero]

C’è un piccolo brano di David Foster Wallace, lo si legge a pagina 184 de Il Re pallido (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato) – il romanzo postumo, mai terminato e forse pubblicato troppo in fretta – che mi si è conficcato da qualche parte, chiamatela memoria chiamatelo cuore, dalla prima volta che l’ho letto e non mi ha mai più lasciato. Mi ritorna in mente con straordinaria frequenza, a metà tra la nostalgia per chi l’ha scritto e qualcosa con cui fare i conti. Il passaggio è questo:

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…». [continua a leggere su Doppiozero]

 

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Javier Montes, Vita d’albergo (su Huffpost)

Javier Montes, Vita d’albergo, trad. di Loris Tassi, Nutrimenti 2018

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Si avverte fin dalle prime pagine la fluidità della prosa di Javier Montes, considerato uno dei maggiori scrittori spagnoli “giovani”, se giovane si può ancora chiamare un quarantenne; prosa resa splendidamente dalla traduzione di Loris Tassi. “Vita d’albergo” (Nutrimenti, 2018) è un bel romanzo, molto divertente, che dietro la freschezza e il ritmo della prosa tratta in maniera non convenzionale i temi della solitudine e dell’ossessione.

“Può darsi che sia solo questione di fisionomia: a volte le facce possono risultare molto ingannevoli. C’è gente che porta in giro i propri lineamenti come se li avesse vinti alla lotteria, gente che gesticola a caso senza neanche capire il significato dei propri gesti”.

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La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli (su Minima & Moralia)

La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli

Libri: Uomini e cani, Adelphi 2018 – Nella Perfida terra di Dio, Adelphi 2017

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Ho avuto sempre un’idea Faulkneriana della Puglia, di una terra aspra e selvaggia, battuta, scaldata e consumata dal sole. Una Puglia gialla e verde e misteriosa. La Puglia come gran parte del nostro sud nasconde e mostra contemporaneamente, a ogni angolo, qualcosa di cupo, un buio pronto a risucchiarti alla prima distrazione, al primo segno di abbandono. Ho detto Faulkner ma avrei potuto dire Mc Carthy, o Joe R. Lansdale. La Puglia è infinita e ci si può perdere, c’è qualcosa di oscuro nei piccoli paesi, ai confini delle masserie, nei muri screpolati, nei bar costruiti sotto case abusive, qualcosa che si avverte ma subito passa via perché poi si arriva al mare, e lì lo splendore per qualche istante ti rapisce e dimentichi il resto.

Pianse quando si rese conto di dove si trovasse e, senza più un briciolo di volontà, si ritrovò a desiderare il potere di annientarsi all’istante: morire, per non dover affrontare la verità spaventosa.

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Francesco Targhetta, Le vite potenziali (su Huffpost)

Francesco Targhetta, Le vite potenziali, Mondadori 2018

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La sera calava sui camionisti parcheggiati ai bordi delle banchine, pronti per mettersi a cenare su un tavolino ripiegabile in alluminio all’ombra dei loro tir, e sugli operai bengalesi che, dopo aver finito il turno alla Fincantieri a metà pomeriggio, uscivano di casa per bersi una birra all’Autoespresso, e su tutte le altre vite ai margini che lì si radunavano, come per istinto. Solo nei luoghi desolati certe vite possono trovare la loro armonia: i bar decadenti, le panchine lungo la circonvallazione, le piazze di periferia con le fontane disseccate e il cemento dei palazzi a cintura, le strade sporche dietro la stazione. Marghera.

Poco prima di arrivare al Ponte della Libertà e attraversarlo per andare a Venezia, sulla destra prima dell’acqua c’è un posto strano che è Marghera. Marghera con tutto quello che rappresenta, con il suo acciaio che va a sbattere sull’acqua, e il fumo che si solleva; più indietro appena dopo Mestre, fabbriche dismesse, uffici, bar seminascosti, pezzi di binari, capannoni industriali, locali notturni e due vie dai nomi indimenticabili: Via dell’Elettrotecnica e Via delle Industrie, per non parlare di Via dell’Idraulica. [continua a leggere su HuffPost]


Orso Tosco, Aspettando i naufraghi (su minima & moralia)

Orso Tosco, Aspettando i naufraghi, minimum fax, 2018

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«L’inaspettato per una volta, è accaduto. E ha cambiato tutto.»

Qualche settimana fa mi è capitato di presentare Aspettando i naufraghi(minimum fax, 2018) di Orso Tosco; quella sera, durante la nostra conversazione, lo scrittore mi disse una serie di cose molto interessanti riguardanti il romanzo, tra queste una mi è rimasta particolarmente impressa. Tosco disse che all’origine della scrittura del romanzo c’era un suo periodo di vita decisamente difficile e complicato e si era posto una domanda: “Da chi vorrei essere portato via?” o forse più precisamente la domanda era: “Da chi vorrei essere ammazzato?”. La risposta che si diede Tosco, e che poi è arrivata a noi in un libro, fu: “Da qualcuno che non mi parlasse”. Ho ripensato spesso a quella frase; credo che anche io vorrei essere ucciso da qualcuno che non mi parlasse e vorrei che mi uccidesse in fretta. Portato via, ucciso, spazzato, sterminato. Uno che pensa a queste cose vuole sparire, perché c’è un peso difficile da sostenere. Orso Tosco è sparito scrivendo una storia apocalittica e bella, scegliendo con cura il linguaggio, il paesaggio, e scomponendo questa voglia di dissolversi in tanti meravigliosi personaggi, che sembrano frammenti di un solo corpo dopo una deflagrazione. [continua a leggere su minima&moralia]


Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (su Doppiozero)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, Alegre 2018

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«Ma nel calcio come nella vita non c’è nulla di romantico.»

 

Colombia – Inghilterra, ultimo ottavo di finale di questi strani Mondiali di calcio, è finita mezz’ora fa. Un’altra partita mediocre che segue una lunga serie di partite mediocri. Se pensiamo alla bellezza del gioco, ci accorgiamo che è uno dei peggiori campionati del mondo a cui abbiamo assistito; ma la bellezza e il divertimento non significano sempre la stessa cosa. Considero Russia 2018 un torneo divertente, a dispetto del gioco; forse perché l’Italia non partecipa e mi permette di guardare le partite e di immaginare gli abbinamenti successivi in maniera più rilassata, oppure perché stanno capitando un sacco di risultati a sorpresa (anche se la sorpresa quando si parla di calcio è sempre relativa) o comunque decisi all’ultimo secondo. L’Inghilterra pareva aver vinto fino a quasi al novantesimo, con un calcio di rigore realizzato da Harry Kane, unico gol di una partita brutta, bloccata, fallosa, dove il numero dei tiri in porta è stato prossimo allo zero; e invece, il difensore della Colombia, Mina ha pareggiato – realizzando il suo terzo gol in questo mondiale – con un perfetto colpo di testa su calcio d’angolo, e quindi tempi supplementari e successivi rigori. Hanno vinto gli inglesi e se per via degli incroci si dovesse arrivare a una semifinale Russia – Inghilterra, con le implicazioni politiche che porterebbe quella gara con sé, forse Luca Pisapia avrebbe voglia di aggiungere un capitolo al suo bellissimo Ho ucciso Paul Breitner (Alegre, 2018), uscito il 21 giugno. [continua a leggere su Doppiozero]


Chris Offutt, Country dark (su Doppiozero)

Chris Offutt, Country dark, minimum fax 2018, trad. Roberto Serrai

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“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.”

Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.  [continua a leggere su Doppiozero]


Emma Glass, La carne (su minima & moralia)

Emma Glass, La carne, Il Saggiatore 2018, trad. di Franca Cavagnoli

 

«Peach. Non scappare più. Ti amo Lincoln.»

Il male e la paura, non possiamo evitare di averci a che fare, di incontrarli, di sopportarli, di viverli. Scopriremo il male sotto la sua peggior manifestazione, saremo preda delle paure più profonde. Tenteremo di schivare, di proteggere noi e chi ci sta accanto, ma spesso falliremo. Arriverà quel male che ci seguirà passo passo, che si impossesserà di ogni centimetro di pelle, che prenderà casa nella nostra stessa carne. La paura poi ci toglierà il respiro, ci farà sentire in bilico, ci costringerà a guardarci le spalle, a tenere le luci accese, a cercare conforto e, allo stesso tempo, tacere. Assoceremo male e paura alla voglia di scappare e al buio, e non sapremo che fare. Prima o poi accadrà. Se saremo fortunati ne saremo soltanto sfiorati, ne verremo fuori, troveremo uno spiraglio, una via di fuga. Se saremo sfortunati e occupati dal male quello vero, che è fatto di cattiveria e presunzione, che è un’invasione, un accanimento, un inseguimento, soccomberemo, a meno che da qualche parte non troveremo la forza di attaccarlo a nostra volta.  [continua a leggere su minima&moralia]


Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco (su Minima & Moralia)

Risultati immagini per l'esercizio del distacco

Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco, Bollati Boringhieri 2018

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«Ecco quello che sentivo, l’assoluto piacere di dilatare la vita, di rallentare il futuro, come l’eccitante visione al rallenty di una pallottola che va a bersaglio e tu sai che provocherà una ferita.»

Dilatare la vita, rallentare il futuro, potrebbero sembrare due cose che stanno agli opposti; se li dilato, rendo più lunghi, infiniti, gli attimi che sto vivendo, se provo a tenere fermo tra le mani, a punta di sguardo, un momento (o addirittura giorni che mi paiono perfetti), io declino il tempo in un lungo presente perché solo quello esiste, in quel senso rallento il futuro, non gli apro la porta, non gli concedo l’agio di riguardarmi, almeno per un pezzo. Il tempo da fermare qual è se non quello dell’adolescenza? Il giorno prima che la vita adulta ci riguardi, quello è il futuro da rallentare, un futuro fatto di responsabilità e debolezze, di certezze, di noia, di inevitabili sconfitte o perdite. [continua a leggere su minima & moralia]


Philip Roth non esce di scena (su Doppiozero)

Philip Roth non esce di scena

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Sovversione. È questa la prima parola che mi viene in mente se penso alla scrittura di Philip Roth, attraverso i suoi libri ha invertito l’ordine prestabilito delle cose, riducendo a brandelli il sogno americano, dimostrandone l’impossibilità, partendo dalle relazioni di coppia, dalla famiglia. La morale e il finto perbenismo che accompagnano la tradizione nordamericana sono stati smontati da Roth, punto per punto, convinzione per convinzione, falsità per falsità. Ogni romanzo che ho letto e amato tra i suoi, e l’elenco è molto lungo, mi ha mostrato una nuova prospettiva: storica o privata, del singolo o collettiva. Tra i sinonimi del verbo sovvertire c’è anche rovesciare che rende ancora meglio l’idea che mi sono fatto della capacità di osservare e quindi di scrivere di Philip Roth. Uno scrittore, anche molto bravo, per fare un esempio, di un tappeto ti mostrerebbe la superficie e la polvere nascosta sotto; Roth da subito ti fa guardare il retro del tappeto, lì dietro, tra il tessuto e la polvere, c’è il posto in cui stanno davvero nascoste le cose, quelle che nessuno conosce, quelle che si danno per scontate, quelle che a nessuno conviene mostrare. A sollevare il tappeto e a spazzare la polvere ci arrivano tutti, il retro non lo guarda nessuno. Questa operazione Roth la congegna frase dopo frase.

«La crudeltà è camuffata da “autostima” perduta. Anche Hitler mancava di autostima. Era il suo problema»

[continua  a leggere su Doppiozero]


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