Archivi categoria: romanzo

Andrea Pomella, L’uomo che trema (su minima&moralia)

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Dentro quel particolare cielo credo si muova il malato di depressione, dentro una pericolosissima calma, in un accumulo di ore e giorni che preludono a un’esplosione, in cui la detonazione è sempre rimandata, c’è la paura del boato e mai il boato. Il depresso sta nell’istante prima del terremoto per quasi tutto il tempo. Deve essere terribile.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»

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Marco Lupo, Hamburg (su minima & moralia)

Marco Lupo, Hamburg, Il Saggiatore 2018

 

La letteratura contemporanea ci porta molto spesso nei paraggi della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni mi è capitato di leggere molti romanzi che muovono le loro pagine dal 1930 al 1950, oppure fino al 1960, e ai giorni nostri, ma questi ultimi raccontati come conseguenza. Come se i giorni nostri e quindi noi stessi discendessimo, derivassimo da quel conflitto, e non è così? La nostra memoria è costruita sulle memorie dei nostri nonni, è fatta di racconti di altri. Il nostro istinto, prima ancora del ragionamento, tende a custodire ciò che ci viene tramandato. I nostri primi ricordi non esistono, in realtà, ci vengono in mente storie di noi che altri più vecchi ci hanno detto.

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Eduardo Cambaceres, Sin rumbo (su Huffpost)

Eduardo Cambaceres, Sin rumbo, Arkana, 2018; trad. di Marino Magliani e Luigi Marfé

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«Era come morto, chiuso tra le pareti di casa, giorni interi senza voler vedere o parlare con nessuno, portato dalla corrente rovinosa del suo secolo. Pensava a se stesso, agli altri, alla miseria di vivere, all’amore (un maldestro richiamo dei sensi, all’amicizia (un disastroso sfruttamento), al patriottismo (un dovere o un residuo di barbarie), alla generosità, all’abnegazione, al sacrificio (tutte chimere, o mostruosa disaffezione per se stessi), misurando tutto in termini di onore e tenendosi lontano da ogni occasione virtuosa; e niente e nessuno veniva risparmiato al cospetto della legge amara e inesorabile del suo scetticismo. Nemmeno l’affetto della madre, figlio unico com’era del suo dolore; nemmeno dio, un assurdo spaventapasseri inventato dalla stupidità degli uomini.»

Questo è Andrés, così è, così pensa, così lo ha immaginato Eugenio Cambaceres, nel 1885 quando ha scritto Sin Rumbo (pubblicato da Arkadia editore, e tradotto da Marino Magliani e Luigi Marfé), il romanzo non era mai stato pubblicato in Italia, e ci ricorda che c’è ancora molto (per fortuna) da scoprire nella letteratura sudamericana. Va da subito detto che il lavoro dei traduttori pare formidabile, perché la lingua in cui leggiamo è attualissima ed ha un bel suono; suono che Cambaceres deve avere avuto nella penna e nella testa, perché stile e storia paiono contemporanei pur arrivando da Buenos Aires e dalla Pampa di più d cent’anni fa. [continua a leggere su Huffpost]


David Foster Wallace. Mi manca comunque (su Doppiozero)

David Foster Wallace. Mi manca comunque

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[un mio pezzo a dieci anni dalla morte di David Foster Wallace per Doppiozero]

C’è un piccolo brano di David Foster Wallace, lo si legge a pagina 184 de Il Re pallido (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato) – il romanzo postumo, mai terminato e forse pubblicato troppo in fretta – che mi si è conficcato da qualche parte, chiamatela memoria chiamatelo cuore, dalla prima volta che l’ho letto e non mi ha mai più lasciato. Mi ritorna in mente con straordinaria frequenza, a metà tra la nostalgia per chi l’ha scritto e qualcosa con cui fare i conti. Il passaggio è questo:

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…». [continua a leggere su Doppiozero]

 


Javier Montes, Vita d’albergo (su Huffpost)

Javier Montes, Vita d’albergo, trad. di Loris Tassi, Nutrimenti 2018

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Si avverte fin dalle prime pagine la fluidità della prosa di Javier Montes, considerato uno dei maggiori scrittori spagnoli “giovani”, se giovane si può ancora chiamare un quarantenne; prosa resa splendidamente dalla traduzione di Loris Tassi. “Vita d’albergo” (Nutrimenti, 2018) è un bel romanzo, molto divertente, che dietro la freschezza e il ritmo della prosa tratta in maniera non convenzionale i temi della solitudine e dell’ossessione.

“Può darsi che sia solo questione di fisionomia: a volte le facce possono risultare molto ingannevoli. C’è gente che porta in giro i propri lineamenti come se li avesse vinti alla lotteria, gente che gesticola a caso senza neanche capire il significato dei propri gesti”.

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La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli (su Minima & Moralia)

La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli

Libri: Uomini e cani, Adelphi 2018 – Nella Perfida terra di Dio, Adelphi 2017

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Ho avuto sempre un’idea Faulkneriana della Puglia, di una terra aspra e selvaggia, battuta, scaldata e consumata dal sole. Una Puglia gialla e verde e misteriosa. La Puglia come gran parte del nostro sud nasconde e mostra contemporaneamente, a ogni angolo, qualcosa di cupo, un buio pronto a risucchiarti alla prima distrazione, al primo segno di abbandono. Ho detto Faulkner ma avrei potuto dire Mc Carthy, o Joe R. Lansdale. La Puglia è infinita e ci si può perdere, c’è qualcosa di oscuro nei piccoli paesi, ai confini delle masserie, nei muri screpolati, nei bar costruiti sotto case abusive, qualcosa che si avverte ma subito passa via perché poi si arriva al mare, e lì lo splendore per qualche istante ti rapisce e dimentichi il resto.

Pianse quando si rese conto di dove si trovasse e, senza più un briciolo di volontà, si ritrovò a desiderare il potere di annientarsi all’istante: morire, per non dover affrontare la verità spaventosa.

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Francesco Targhetta, Le vite potenziali (su Huffpost)

Francesco Targhetta, Le vite potenziali, Mondadori 2018

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La sera calava sui camionisti parcheggiati ai bordi delle banchine, pronti per mettersi a cenare su un tavolino ripiegabile in alluminio all’ombra dei loro tir, e sugli operai bengalesi che, dopo aver finito il turno alla Fincantieri a metà pomeriggio, uscivano di casa per bersi una birra all’Autoespresso, e su tutte le altre vite ai margini che lì si radunavano, come per istinto. Solo nei luoghi desolati certe vite possono trovare la loro armonia: i bar decadenti, le panchine lungo la circonvallazione, le piazze di periferia con le fontane disseccate e il cemento dei palazzi a cintura, le strade sporche dietro la stazione. Marghera.

Poco prima di arrivare al Ponte della Libertà e attraversarlo per andare a Venezia, sulla destra prima dell’acqua c’è un posto strano che è Marghera. Marghera con tutto quello che rappresenta, con il suo acciaio che va a sbattere sull’acqua, e il fumo che si solleva; più indietro appena dopo Mestre, fabbriche dismesse, uffici, bar seminascosti, pezzi di binari, capannoni industriali, locali notturni e due vie dai nomi indimenticabili: Via dell’Elettrotecnica e Via delle Industrie, per non parlare di Via dell’Idraulica. [continua a leggere su HuffPost]


Orso Tosco, Aspettando i naufraghi (su minima & moralia)

Orso Tosco, Aspettando i naufraghi, minimum fax, 2018

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«L’inaspettato per una volta, è accaduto. E ha cambiato tutto.»

Qualche settimana fa mi è capitato di presentare Aspettando i naufraghi(minimum fax, 2018) di Orso Tosco; quella sera, durante la nostra conversazione, lo scrittore mi disse una serie di cose molto interessanti riguardanti il romanzo, tra queste una mi è rimasta particolarmente impressa. Tosco disse che all’origine della scrittura del romanzo c’era un suo periodo di vita decisamente difficile e complicato e si era posto una domanda: “Da chi vorrei essere portato via?” o forse più precisamente la domanda era: “Da chi vorrei essere ammazzato?”. La risposta che si diede Tosco, e che poi è arrivata a noi in un libro, fu: “Da qualcuno che non mi parlasse”. Ho ripensato spesso a quella frase; credo che anche io vorrei essere ucciso da qualcuno che non mi parlasse e vorrei che mi uccidesse in fretta. Portato via, ucciso, spazzato, sterminato. Uno che pensa a queste cose vuole sparire, perché c’è un peso difficile da sostenere. Orso Tosco è sparito scrivendo una storia apocalittica e bella, scegliendo con cura il linguaggio, il paesaggio, e scomponendo questa voglia di dissolversi in tanti meravigliosi personaggi, che sembrano frammenti di un solo corpo dopo una deflagrazione. [continua a leggere su minima&moralia]


Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (su Doppiozero)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, Alegre 2018

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«Ma nel calcio come nella vita non c’è nulla di romantico.»

 

Colombia – Inghilterra, ultimo ottavo di finale di questi strani Mondiali di calcio, è finita mezz’ora fa. Un’altra partita mediocre che segue una lunga serie di partite mediocri. Se pensiamo alla bellezza del gioco, ci accorgiamo che è uno dei peggiori campionati del mondo a cui abbiamo assistito; ma la bellezza e il divertimento non significano sempre la stessa cosa. Considero Russia 2018 un torneo divertente, a dispetto del gioco; forse perché l’Italia non partecipa e mi permette di guardare le partite e di immaginare gli abbinamenti successivi in maniera più rilassata, oppure perché stanno capitando un sacco di risultati a sorpresa (anche se la sorpresa quando si parla di calcio è sempre relativa) o comunque decisi all’ultimo secondo. L’Inghilterra pareva aver vinto fino a quasi al novantesimo, con un calcio di rigore realizzato da Harry Kane, unico gol di una partita brutta, bloccata, fallosa, dove il numero dei tiri in porta è stato prossimo allo zero; e invece, il difensore della Colombia, Mina ha pareggiato – realizzando il suo terzo gol in questo mondiale – con un perfetto colpo di testa su calcio d’angolo, e quindi tempi supplementari e successivi rigori. Hanno vinto gli inglesi e se per via degli incroci si dovesse arrivare a una semifinale Russia – Inghilterra, con le implicazioni politiche che porterebbe quella gara con sé, forse Luca Pisapia avrebbe voglia di aggiungere un capitolo al suo bellissimo Ho ucciso Paul Breitner (Alegre, 2018), uscito il 21 giugno. [continua a leggere su Doppiozero]


Chris Offutt, Country dark (su Doppiozero)

Chris Offutt, Country dark, minimum fax 2018, trad. Roberto Serrai

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“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.”

Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.  [continua a leggere su Doppiozero]


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