Archivi categoria: Doppiozero

Chris Offutt, Country dark (su Doppiozero)

Chris Offutt, Country dark, minimum fax 2018, trad. Roberto Serrai

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“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.”

Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.  [continua a leggere su Doppiozero]

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Philip Roth non esce di scena (su Doppiozero)

Philip Roth non esce di scena

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Sovversione. È questa la prima parola che mi viene in mente se penso alla scrittura di Philip Roth, attraverso i suoi libri ha invertito l’ordine prestabilito delle cose, riducendo a brandelli il sogno americano, dimostrandone l’impossibilità, partendo dalle relazioni di coppia, dalla famiglia. La morale e il finto perbenismo che accompagnano la tradizione nordamericana sono stati smontati da Roth, punto per punto, convinzione per convinzione, falsità per falsità. Ogni romanzo che ho letto e amato tra i suoi, e l’elenco è molto lungo, mi ha mostrato una nuova prospettiva: storica o privata, del singolo o collettiva. Tra i sinonimi del verbo sovvertire c’è anche rovesciare che rende ancora meglio l’idea che mi sono fatto della capacità di osservare e quindi di scrivere di Philip Roth. Uno scrittore, anche molto bravo, per fare un esempio, di un tappeto ti mostrerebbe la superficie e la polvere nascosta sotto; Roth da subito ti fa guardare il retro del tappeto, lì dietro, tra il tessuto e la polvere, c’è il posto in cui stanno davvero nascoste le cose, quelle che nessuno conosce, quelle che si danno per scontate, quelle che a nessuno conviene mostrare. A sollevare il tappeto e a spazzare la polvere ci arrivano tutti, il retro non lo guarda nessuno. Questa operazione Roth la congegna frase dopo frase.

«La crudeltà è camuffata da “autostima” perduta. Anche Hitler mancava di autostima. Era il suo problema»

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Fotografie di Ernaux (su Doppiozero)

credits ph. Elisa Vettori

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Fotografie di Ernaux

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Ferdinando Scianna una volta ha detto: «Dopo quarant’anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia». La frase la troviamo in documentario uscito per Contrasto nel 2009. Scianna lascia la frase sospesa, non la spiega perché non è necessario. La fotografia degna di finire in un album di famiglia è innanzitutto quella che vorremmo conservare, in seconda battuta è quella che ci parla, quella che dice qualcosa di noi. Un fotografo del livello di Scianna sa che quello che uno scatto include (insieme a quello che il fotografo sceglie di escludere), se riuscito, ci parla, ci racconta una storia; l’immagine è destinata a raggiungere un livello di dialogo, scambio e intimità con noi che la guardiamo, che emotivamente ci tocca così come potrebbe fare una foto in bianco e nero di nostra nonna. Non possiamo che essere d’accordo con Scianna, anche perché ci è capitato a volte davanti a una sua fotografia di provare quella sensazione. L’ambizione che Scianna ritiene debba accompagnare una fotografia prende per mano i romanzi di Annie Ernaux, che raggiungono lo stesso effetto partendo da un contesto diverso. L’album di famiglia per Ernaux è la partenza e – dopo la lettura dei suoi libri e il viaggio che facciamo con lei dagli anni ’40 del novecento ai giorni nostri – diventa per noi l’arrivo.

«Tutto veniva raccontato alla prima persona plurale.»

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José Saramago, Le intermittenze della morte (su Doppiozero

José Saramago, Le intermittenze della morte, Einaudi, 2005, Feltrinelli 2012. Traduzione di Rita Desti.

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«Il giorno seguente non morì nessuno.»

A questo incipit sono legato particolarmente perché un giorno senza morte è un mio desiderio, un giorno soltanto, senza esagerare, per vedere di nascosto l’effetto che fa. Un giorno in cui tutti quelli destinati a morire la scampino; per fortuna o per caso, diremmo, se capitasse. Saramago, invece, non mette in campo la fortuna, fa semplicemente smettere alla Morte o alla sua incaricata di fare il proprio lavoro e non per un giorno ma per un numero congruo di mesi.

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gm

 


Piglia, Respirazione artificiale su Doppiozero

Ricardo Piglia, Respirazione Artificiale, Sur, 2018, trad. G. Guadalupi

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“Sul telaio di quelle false illusioni si tendono le nostre sventure”.

I grandi libri bisogna saperli aspettare. Aspettare, cioè, il momento in cui si sia pronti ad accogliere tutto quello che un determinato numero di pagine ci potrà dare. Quando, per alcuni anni, si rimanda la lettura di un romanzo definito capolavoro – capolavoro sul serio, non tanto per dire, come spesso di questi tempi si fa – significa che da quella lettura ci si aspetta molto; e, ancora, si sa che quel libro non ha una data di scadenza, essendo il capolavoro, per definizione, senza tempo e senza spazio e che – per fortuna – non richieda un motivo. Io ho deciso che il tempo per questo libro fosse questo gennaio e che i luoghi dove lo avrei letto sarebbero stati Buenos Aires e Montevideo, posti di un viaggio dal quale sono appena rientrato. Il romanzo è Respirazione artificiale di Ricardo Piglia, ripubblicato in nuova edizione da Sur pochi giorni fa, per la traduzione di Gianni Guadalupi e introdotto, nell’edizione italiana, proprio da Piglia. Respirazione artificiale è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che abbiano a cuore le sorti della letteratura, tutti quelli che sanno cosa sia in grado di mostrare una frase scritta come si deve, e quanto sia in grado di celare. [continua la lettura su Doppiozero]

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gm


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