Archivi tag: recensioni

Vito Bonito, Fabula Rasa (su Huffpost)

Vito Bonito, Fabula rasa, Oèdipus, 2018

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“La bambina è in fiamme
la bambina è lieve
la bambina è bianca
la bambina è neve”

Le poesie di Vito Bonito non fanno altro che sparire, essere trasparenti. Profondamente stabili e, contemporaneamente, mobili come di più non si potrebbe. Sono quanto di più prossimo alla realtà e sono i giorni di Fata Morgana sul mare dello stretto.

Bonito, da sempre, è un poeta che disorienta (per primo se stesso) e così facendo non lascia scampo; quando leggi i suoi testi devi prendere una decisione, scegliere di lasciarti andare, che non vuol dire abbandonarsi senza ritegno o cognizione, vuol dire abituarsi a un altro tipo di ragionamento, che è inafferrabile, per forza di cose, molto più profondo. [continua a leggere su HuffPost]

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Luigi Bernardi, L’intruso (per Doppiozero)

Luigi Bernardi, L’intruso, Dea Planeta, 2018

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“Per esempio, io non mai visto un supereroe in vita mia. Ma non ho perduto la speranza.”

Luigi Bernardi mi parlò dell’idea di questo romanzo poco dopo aver cominciato a scriverlo. Mi accennò al fatto di voler raccontare gli anni del lavoro fatto nell’editoria, degli anni delle riviste e dei fumetti. Mostrare, in definitiva, quello che era stato, di come fosse andata. Una delle frasi che ripeteva spesso era: “Le cose vanno come devono andare” e così è accaduto. Sono andate che in mezzo al libro in scrittura e alla vita è arrivato il cancro. Rapido, devastante e, purtroppo, senza scampo. La strada del libro si è modificata, è diventata più tortuosa, non si è accorciata ma è cambiata. La bravura di Bernardi ha fatto in modo che la malattia non chiudesse il percorso di scrittura ma che lo ampliasse. Se il nuovo inquilino voleva esserci, Bernardi ha deciso di renderlo uno dei personaggi.

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Nadia Terranova, Addio Fantasmi (su Huffpost)

 

Nadia Terranova, Addio Fantasmi, Einaudi 2018

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La protagonista di questo romanzo è una donna, il suo nome è Ida. Le protagoniste di questo romanzo sono due, Ida e sua madre. Le protagoniste di questo romanzo sono tre, Ida, sua madre e la casa di Messina. I personaggi di questo romanzo sono sette, Ida, sua madre, la casa di Messina, Sara (un’amica d’infanzia di Ida), Nikos un ragazzo, suo padre, il marito di Ida. Il protagonista di questo romanzo è uno, è l’uomo che non c’era, uno che a un certo punto se ne è andato via, il padre di Ida. [continua a leggere su Huffpost]


Jesse Ball, Censimento (su minima&moralia)

Jesse Ball, Censimento, NN editore 2018, trad. Guido Calza

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Pensai fra me: non posso essergli di alcuna utilità. Una volta sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?
Allora pensai fra me: è possibile, il bene è possibile. Per forza.

Questo libro è un viaggio, ma prima di essere un viaggio è un cerchio, una sorta di circonvallazione dell’anima che parte dal circolo più esterno per arrivare all’ultimo, il più piccolo. L’ultimo punto per qualcuno non prevede un ritorno, per un altro è una nuova andata. La direzione è la vita per il secondo, la migliore ipotesi possibile circa il futuro; la direzione è la morte, ovviamente, per l’altro. Chi muore è un padre, chi continuerà a vivere è un figlio. Quello che entrambi metteranno insieme è quanto di più vicino ai concetti di speranza e di amore che mi sia capitato di incrociare in un libro da parecchio tempo  a questa parte.

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Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere (su Doppiozero)

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi 2018

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«[…] sicché l’immagine di uomo sbagliato e maledetto, incapace di convivere con i suoi simili senza ficcarsi in un qualche pasticcio, si è tramandata nei secoli, fino alla metà del Novecento, quando Bernard Berenson, insigne studioso, scrisse un breve quanto non benevolo saggio su di lui nel quale si dice che, tra i molti doni che aveva, gli mancava quello di saper vivere.»

Lui è Caravaggio, chi parla è il protagonista che una frase più avanti dichiarerà di essersi domandato per tutta la vita se difettava anch’egli del dono di saper vivere. Per il Gran Balordo si trattava di una macchia in un mare di talenti mentre per il narratore la sua è una macchia in un mare di macchie.

Chi è il narratore?  Il protagonista di Il dono di saper vivere di Tommaso Pincio (Einaudi, 2018) è un uomo in carcere che racconta la sua vita, la sua disfatta. Ci dice di trovarsi in prigione per un omicidio che non ha commesso (ma non dicono tutti così?), mentre racconta, si domanda e ci domanda se esista qualcuno che possegga il dono di saper vivere, dono che mancava anche a Caravaggio, il pittore da cui è ossessionato. La domanda è quella di tutti noi, quesito che almeno per una volta ci siamo posti. Pincio comincia il suo romanzo così, e piano piano sostituirà il carcerato con se stesso, senza fare trucchi e dichiarandolo apertamente. Se parliamo di un condannato meglio dire di uno che conosciamo bene.   [continua a leggere su Doppiozero]


Mario Fillioley, La Sicilia è un’isola per modo di dire (su Huffpost)

Mario Fillioley, La Sicilia è un’isola per modo di dire, minimum fax, 2018

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Chi racconta ha questa responsabilità di raccontare un posto troppo raccontato, sempre raccontato per finzione per topos, bella location, ambientazione esotica. Se scrivi un libro, anche piccolo, anche scemo, questa cosa un po’ te la devi ricordare mentre lo scrivi, ci devi provare, altrimenti che fai? Di nuovo le frasi col verbo alla fine, l’accento calcato, […] il commissario che muore sparato perché non sa rinunciare all’iris con la ricotta? Di nuovo il ciclo dei vinti?

Qualche anno fa, Tiziano Scarpa ha scritto una bellissima introduzione alla edizione illustrata de Le avventure di Pinocchio di Collodi (Einaudi, 2008), un vero e proprio saggio sui modi di dire e sul loro uso originario, presi quindi alla lettera. Scarpa scrive:

“Detto fatto, prese subito la penna e il calamaio per mettere su carta «avere la testa di legno», «rimanere con un palmo di naso», «le bugie hanno le gambe corte», «per te mi getterei nel foco», «se non studi diventerai un somaro», «sono fritto», «far schiattare dal ridere»”.

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Andrea Pomella, L’uomo che trema (su minima&moralia)

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Dentro quel particolare cielo credo si muova il malato di depressione, dentro una pericolosissima calma, in un accumulo di ore e giorni che preludono a un’esplosione, in cui la detonazione è sempre rimandata, c’è la paura del boato e mai il boato. Il depresso sta nell’istante prima del terremoto per quasi tutto il tempo. Deve essere terribile.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»


Giulia Cavaliere, Romantic Italia (su Doppiozero)

Lucio Dalla una volta ha detto: “Le canzoni poi sono una cosa minima ma quando ti agguantano …”. Lo disse durante il concerto Work in progress raccontando la commozione e l’invidia che provò ascoltando per la prima volta Santa Lucia di De Gregori. Dalla parla per un paio di minuti – se dovesse venirvi voglia di cercare il video su youtube non lo trovereste più, purtroppo, ed è un peccato, perché Dalla sapeva anche raccontarla oltreché cantarla – e riesce a portarci dentro quel pezzo in una maniera unica. Lucio, ascoltatore in quel momento, come tutti noi, dovette accostare la macchina e fermarsi perché la canzone lo aveva agguantato. “Se fossi uno stronzo vi direi che ho pianto, ma siccome sono uno stronzo ve lo dico”. Questo frammento mi è tornato in mente appena ho cominciato a leggere l’introduzione a Romantic Italia (minimum fax, 2018) che la stessa Giulia Cavaliere scrive. Ho capito che l’autrice ha ben presente l’importanza di quella cosa minima e di come ci accompagni, ci aiuti, ci rappresenti, ci dica qualcosa di noi, ci sconvolga e chissà che altro ancora nel corso della nostra vita. Siamo fatti della stessa melodia delle canzoni che abbiamo ascoltato, arrangiati più o meno bene a seconda delle nostre ragioni e stagioni.

«[…] nella mia cameretta io salvavo le canzoni dall’invisibile e incombente macero del tempo e loro salvavano me dalla fatica dolorosa di descrivere e dire, da sola, l’indescrivibile e l’indicibile.» [continua a leggere su Doppiozero]

 


Juan Cárdenas, Ornamento (su minima&moralia)

Juan Cárdenas, Ornamento, Ed. Sur 2018, trad. Chiara Muzzi

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«Quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito. Basta aprire la porta per scorgere l’eloquente immagine: centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una stanza vuota, attraversata solo dall’ombra fresca e lunga della marmaglia, a un piano vuoto di un edificio vuoto, di un edificio razionalista in passato bello e splendente, costruito a immagine e somiglianza degli edifici razionalisti in passato belli e splendenti delle città razionali. Centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una città irrazionale un giorno hanno battuto, su centottantotto fogli di carta intestata delle Assicurazioni Tequendama, un discorso armonioso e razionale che qualcuno avrebbe letto con devozione negli uffici e nei corridoi del Ministero della Destituzione: quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito e non sarò milioni, sarò l’unico esempio, rotti gli schemi, l’esempio inimitabile[…]»

Quattro donne partecipano a dei test per la sintetizzazione di una nuova droga, non ne conosciamo i nomi, sono numerate da 1 a 4. Quando ricevono le prime dosi, le prime 3 si addormentano, la numero 4 (così sarà chiamata per tutto il libro) rimane sveglia e comincia degli strani sproloqui che il medico a capo dell’esperimento decide di trascrivere. Il brano qui in alto è l’attacco del terzo monologo della numero 4. L’ho riportato sperando che faccia su chi legge lo stesso effetto che ha fatto a me. Ci troviamo davanti a una serie di frasi apparentemente senza una sequenza logica – I monologhi della numero 4 si scioglieranno in uno più lungo posto nell’ultima parte del libro –, eppure noi qualcosa vediamo, qualcosa che va oltre all’effetto della droga assunta. Vediamo una carrellata di immagini che sembrano uscire da un film e che, per lo straordinario ritmo della prosa di Juan Cárdenas, ci si attaccano addosso prima ancora di trovare loro un significato. [continua a leggere su minima&moralia]

 


Marco Lupo, Hamburg (su minima & moralia)

Marco Lupo, Hamburg, Il Saggiatore 2018

 

La letteratura contemporanea ci porta molto spesso nei paraggi della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni mi è capitato di leggere molti romanzi che muovono le loro pagine dal 1930 al 1950, oppure fino al 1960, e ai giorni nostri, ma questi ultimi raccontati come conseguenza. Come se i giorni nostri e quindi noi stessi discendessimo, derivassimo da quel conflitto, e non è così? La nostra memoria è costruita sulle memorie dei nostri nonni, è fatta di racconti di altri. Il nostro istinto, prima ancora del ragionamento, tende a custodire ciò che ci viene tramandato. I nostri primi ricordi non esistono, in realtà, ci vengono in mente storie di noi che altri più vecchi ci hanno detto.

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