Archivi tag: recensioni

Emma Glass, La carne (su minima & moralia)

Emma Glass, La carne, Il Saggiatore 2018, trad. di Franca Cavagnoli

 

«Peach. Non scappare più. Ti amo Lincoln.»

Il male e la paura, non possiamo evitare di averci a che fare, di incontrarli, di sopportarli, di viverli. Scopriremo il male sotto la sua peggior manifestazione, saremo preda delle paure più profonde. Tenteremo di schivare, di proteggere noi e chi ci sta accanto, ma spesso falliremo. Arriverà quel male che ci seguirà passo passo, che si impossesserà di ogni centimetro di pelle, che prenderà casa nella nostra stessa carne. La paura poi ci toglierà il respiro, ci farà sentire in bilico, ci costringerà a guardarci le spalle, a tenere le luci accese, a cercare conforto e, allo stesso tempo, tacere. Assoceremo male e paura alla voglia di scappare e al buio, e non sapremo che fare. Prima o poi accadrà. Se saremo fortunati ne saremo soltanto sfiorati, ne verremo fuori, troveremo uno spiraglio, una via di fuga. Se saremo sfortunati e occupati dal male quello vero, che è fatto di cattiveria e presunzione, che è un’invasione, un accanimento, un inseguimento, soccomberemo, a meno che da qualche parte non troveremo la forza di attaccarlo a nostra volta.  [continua a leggere su minima&moralia]

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Roberto Bolaño, I cani romantici (su Minima & Moralia)

I cani romantici

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Roberto Bolaño, I cani romantici, Trad. Ilide Carmignani, Sur 2018

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In Chiamate telefoniche (Adelphi, traduzione di Barbara Bertoni), Roberto Bolaño apre il racconto dedicato a Enrique Vila-Matas così: «Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.»; è una delle frasi di Bolaño a cui sono più affezionato, l’ho imparata a memoria, naturalmente, ma non è questo il motivo per cui ci sono affezionato, il motivo è un altro ed è più importante.

Questa frase è la biografia dello scrittore cileno, è la chiave di accesso alla sua scrittura, e alle mappe che tessute una dopo l’altra formano una sola infinita e perfetta opera letteraria. Bolaño, potremmo azzardare, è l’unico scrittore che il suo ipotetico Meridiano l’ha curato da solo. La frase è saltata fuori dalla mia memoria qualche giorno fa quando mi è arrivato I cani romantici (Sur, traduzione di Ilide Carmignani), libro di poesie che io e molti lettori italiani aspettavamo da molti anni, al punto d’aver provato a tradurci (fallendo) alcuni testi da soli. Ho aperto una pagina a caso e i primi versi che ho letto, a metà di una poesia, sono stati questi: «Un cileno formato in Messico può sopportare di tutto, / pensavo, ma non era vero.», ci si può commuovere per molto meno. [continua a leggere su minima&moralia]


Guido Cupani, Meno universo (su Huffpost)

Guido Cupani, Meno universo, Dot.com Press, 2018

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Il “Meno universo”di Guido Cupani (Dot.com Press, 2018) è l’universo che basta, che conta; è il campo che si restringe alle cose che contano, a quelle che restano. Si tratta di un universo che si raggiunge togliendo, scoprendo il nucleo, e il nucleo è fatto di carezze, di sorrisi, di nascite, di andate e di ritorni, e il nucleo è una cucina e chi siede intorno al tavolo, e il nucleo è un treno e ognuno che sale e che scende.

Si può essere più di così?

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Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco (su Minima & Moralia)

Risultati immagini per l'esercizio del distacco

Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco, Bollati Boringhieri 2018

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«Ecco quello che sentivo, l’assoluto piacere di dilatare la vita, di rallentare il futuro, come l’eccitante visione al rallenty di una pallottola che va a bersaglio e tu sai che provocherà una ferita.»

Dilatare la vita, rallentare il futuro, potrebbero sembrare due cose che stanno agli opposti; se li dilato, rendo più lunghi, infiniti, gli attimi che sto vivendo, se provo a tenere fermo tra le mani, a punta di sguardo, un momento (o addirittura giorni che mi paiono perfetti), io declino il tempo in un lungo presente perché solo quello esiste, in quel senso rallento il futuro, non gli apro la porta, non gli concedo l’agio di riguardarmi, almeno per un pezzo. Il tempo da fermare qual è se non quello dell’adolescenza? Il giorno prima che la vita adulta ci riguardi, quello è il futuro da rallentare, un futuro fatto di responsabilità e debolezze, di certezze, di noia, di inevitabili sconfitte o perdite. [continua a leggere su minima & moralia]


su “Barlumi di storia” di Raboni (per Il Piccolo di Trieste)

 

Su “Il Piccolo” di Trieste per la rubrica “consigliato dallo scrittore”, domenica 27 maggio ho parlato di Barlumi di storia di Giovanni Raboni

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Salvador Elizondo, Farabeuf (su minima & moralia)

Salvador Elizondo, Farabeuf o la cronaca di un istante, trad. Giulia Zavagna, introduzione di Alessandro Raveggi, Liberaria edizioni, 2018

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«La vita era soggetta  a una confusione nella quale era impossibile distinguere il presente dal passato.»

Questa affermazione che leggiamo nelle prime pagine di Farabeuf ci dice già molto del gioco al quale Salvador Elizondo sta invitando il lettore a partecipare, solo che il lettore non lo sa, quando legge la frase non sa ancora nulla, ma è già confuso, è già irrimediabilmente catturato dall’istante che si dilaterà nell’arco della storia. Istante che si farà piccolo fino a sparire, che si espanderà fino a moltiplicarsi all’infinito, come in una rifrazione perpetua.  [continua a leggere su minima&moralia]


Fotografie di Ernaux (su Doppiozero)

credits ph. Elisa Vettori

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Fotografie di Ernaux

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Ferdinando Scianna una volta ha detto: «Dopo quarant’anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia». La frase la troviamo in documentario uscito per Contrasto nel 2009. Scianna lascia la frase sospesa, non la spiega perché non è necessario. La fotografia degna di finire in un album di famiglia è innanzitutto quella che vorremmo conservare, in seconda battuta è quella che ci parla, quella che dice qualcosa di noi. Un fotografo del livello di Scianna sa che quello che uno scatto include (insieme a quello che il fotografo sceglie di escludere), se riuscito, ci parla, ci racconta una storia; l’immagine è destinata a raggiungere un livello di dialogo, scambio e intimità con noi che la guardiamo, che emotivamente ci tocca così come potrebbe fare una foto in bianco e nero di nostra nonna. Non possiamo che essere d’accordo con Scianna, anche perché ci è capitato a volte davanti a una sua fotografia di provare quella sensazione. L’ambizione che Scianna ritiene debba accompagnare una fotografia prende per mano i romanzi di Annie Ernaux, che raggiungono lo stesso effetto partendo da un contesto diverso. L’album di famiglia per Ernaux è la partenza e – dopo la lettura dei suoi libri e il viaggio che facciamo con lei dagli anni ’40 del novecento ai giorni nostri – diventa per noi l’arrivo.

«Tutto veniva raccontato alla prima persona plurale.»

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Davide Orecchio, Città distrutte (su minima&moralia)

Davide Orecchio, Città distrutte, Il Saggiatore 2018, € 20,00.

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“Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”.

Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).

Quando lessi le sei biografie infedeli contenute nel libro, per la prima volta, ne fui profondamente colpito, non sapevo nulla di Davide Orecchio. Rimasi affascinato dalla prosa chiara ma non banale, dal ritmo, dalla bravura nella gestione dei tempi verbali e dei tempi, nel senso di date, nel senso di andare e venire, nel senso di raccontare una vita con delle verità storiche ma reinventandola, nel senso di mischiarla ad altre. I sei personaggi, o le sei persone se preferite, che fossero esistiti o meno, rendevano comprensibile la storia vera accaduta in un dato luogo, in un dato momento. E il luogo poteva essere l’Argentina, e il luogo poteva essere la Sicilia, e il luogo poteva essere l’Unione Sovietica, e il luogo poteva essere Roma, e il luogo poteva essere il Molise. E il tempo poteva essere quello della dittatura di Videla, e il tempo poteva essere quello del fascismo, e il tempo poteva essere quello del sindacato e del PCI. Il tempo e il luogo potevano essere lo spazio della poesia e del cinema; e ancora del compiuto e dell’irrisolto. [continua a leggere su minima&moralia]


Haroldo Conti, Sudeste (su Huffington post)

Haroldo Conti, Sudeste, trad. di Marino Magliani, Exorma edizioni 2018; € 14,90

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“Nei giorni chiari, guardando a sud, come quinte teatrali perennemente oppresse da una nuvola ferrigna, si possono scorgere i profili bianchi e grigi degli edifici più alti di Buenos Aires”.

Haroldo Conti è stato uno scrittore argentino, uno dei molti, uno che come altri ha pagato con la vita il prezzo alla dittatura di Videla; venne sequestrato il 5 maggio del 1976, il suo nome figura negli elenchi dei desaparecido, in seguito, molti anni più avanti Videla ammise il suo omicidio. Con ogni probabilità il corpo di Conti fu gettato in mare. Eppure Conti è forse l’unico ad aver pagato due volte. Ha pagato ancora in vita perché non aver in fondo mai scritto della dittatura, e ha pagato dopo – in patria e all’estero – perché i suoi romanzi non avendo detto di quegli anni non meritavano troppa considerazione, o traduzioni, ma il valore di un’opera letteraria non può essere nascosto per sempre; arriva a noi Sudeste scritto da Conti nel 1962, grazie a Exorma edizioni e alla bellissima traduzione (e passione) di Marino Magliani. Il 1962 fu un anno di pubblicazioni di altri straordinari scrittori come Sábato o Cortázar, ma di loro abbiamo potuto leggere molto, di Conti – eccetto il romanzo Mascaró, pubblicato da Bompiani nel 1983 (ora non più in commercio) – quasi nulla. [continua a leggere su Huffpost]


Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, (su Huffpost)

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, minimum fax 2018, traduzione di Sara Bilotti

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Dopo molti anni e molti romanzi americani, per la precisione nordamericani, mi sono convinto che il famigerato “Grande romanzo americano” non esiste, o almeno non esiste se applichiamo la definizione a un libro soltanto.

Il grande romanzo americano è rintracciabile solo se ne inseguiamo i frammenti di libro in libro, se ne annusiamo la polvere, e la polvere è ciò che scostiamo con una mano da una copertina e la polvere è quella che ci attraversa in una giornata di sole in Texas, e la polvere è lo smog che ci entra nel naso mentre aspettiamo un taxi in una via di New York o Chicago, e ancora la polvere di strato in strato, e di stato in stato che ci copre e insegna, che ci racconta, che ci dice che il Nord America è fatto di tante storie e che molti grandi scrittori ce le hanno raccontate e tutte insieme stanno componendo il grande romanzo americano.

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