Archivi tag: narrativa

Luigi Bernardi, L’intruso (per Doppiozero)

Luigi Bernardi, L’intruso, Dea Planeta, 2018

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“Per esempio, io non mai visto un supereroe in vita mia. Ma non ho perduto la speranza.”

Luigi Bernardi mi parlò dell’idea di questo romanzo poco dopo aver cominciato a scriverlo. Mi accennò al fatto di voler raccontare gli anni del lavoro fatto nell’editoria, degli anni delle riviste e dei fumetti. Mostrare, in definitiva, quello che era stato, di come fosse andata. Una delle frasi che ripeteva spesso era: “Le cose vanno come devono andare” e così è accaduto. Sono andate che in mezzo al libro in scrittura e alla vita è arrivato il cancro. Rapido, devastante e, purtroppo, senza scampo. La strada del libro si è modificata, è diventata più tortuosa, non si è accorciata ma è cambiata. La bravura di Bernardi ha fatto in modo che la malattia non chiudesse il percorso di scrittura ma che lo ampliasse. Se il nuovo inquilino voleva esserci, Bernardi ha deciso di renderlo uno dei personaggi.

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Tom Drury, La trilogia di Grouse County (su minima&moralia)

Tom Drury, La trilogia di Grouse County, NN editore, traduzione di Gianni Pannofino

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Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

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Rachel Cusk, Resoconto (su Huffpost)

Rachel Cusk, Resoconto, Traduzione di Anna Nadotti, Einaudi, 2018

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C’è un libro che, da alcuni critici e scrittori di cui ho particolare stima, è stato definito come uno dei migliori dell’anno appena finito, al di fuori dalle classifiche pop, ma ben dentro le scelte di chi dalla letteratura si aspetta qualcosa di nuovo, o, meglio ancora, si aspetta che sappia dirci quel che avviene in una maniera che ci suoni diversa, il libro è Resoconto di Rachel Cusk, uscito per Einaudi e tradotto da Anna Nadotti.

Un libro che non era tra quelli che avrei dovuto recensire e che non avevo nemmeno acquistato, ma che era appuntato da qualche parte nella mia testa, poi un giorno un caro amico, il poeta Andrea Longega – che ha la stessa capacità della scrittrice inglese di osservare e raccogliere – ne regala una copia a mia moglie e a me, dichiarandosi certo del fatto che non saremmo stati immuni dalla bellezza delle pagine che ci stava porgendo davanti a un caffè… E così tra il primo e il due di gennaio del 2019, a classifiche fatte, ho letto e mi sono meravigliato, diventando in un lampo fan di Rachel Cusk.

“Rimane la tua verità, – ha detto – qualunque cosa sia accaduta. Non aver paura di guardarla.”
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Grace Paley, Tutti i racconti (su minima&moralia)

Grace Paley, Tutti i racconti, Edizioni Sur 2018, traduzione di Isabella Zani

(ultimo pezzo dell’anno su quello che è per me il libro dell’anno. Buone feste).

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Amo Grace Paley al punto che una volta ho tentato di catturare (per poi usare) il suo sguardo e di chiuderlo dentro una  poesia. L’ho presa come se fosse ancora viva (e non lo è?) e l’ho portata a Napoli, in pieno centro, davanti alla chiesa dello Splendore di Montecalvario. Volevo vedere che effetto potesse avere la capacita di osservazione, di sintesi, di empatia, di lucidità, spostata da New York (teatro vivente di tutta la sua opera) a Napoli; la mia città d’origine, vitale e piena di gente e voci proprio come nel Bronx, ma voci di un coro molto diverso.

L’ho immaginata mentre assisteva a una scena le cui protagoniste erano due donne del popolo (come si soleva dire, quando la parola popolo aveva un vero significato) e gliela ho fatta commentare, ricopiando la sua umanità. La poesia è questa:

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra indossa
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

“guardo ovunque” e il due volte ripetuto “volersi spiegare”, mi aiutano a cominciare in maniera quasi intima quello che dovrebbe essere un pezzo su Tutti i racconti di Paley, appena pubblicati in un unico volume da Sur, per la nuova (splendida) traduzione di Isabella Zani. [Continua a leggere su minima&moralia]


Nadia Terranova, Addio Fantasmi (su Huffpost)

 

Nadia Terranova, Addio Fantasmi, Einaudi 2018

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La protagonista di questo romanzo è una donna, il suo nome è Ida. Le protagoniste di questo romanzo sono due, Ida e sua madre. Le protagoniste di questo romanzo sono tre, Ida, sua madre e la casa di Messina. I personaggi di questo romanzo sono sette, Ida, sua madre, la casa di Messina, Sara (un’amica d’infanzia di Ida), Nikos un ragazzo, suo padre, il marito di Ida. Il protagonista di questo romanzo è uno, è l’uomo che non c’era, uno che a un certo punto se ne è andato via, il padre di Ida. [continua a leggere su Huffpost]


Jesse Ball, Censimento (su minima&moralia)

Jesse Ball, Censimento, NN editore 2018, trad. Guido Calza

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Pensai fra me: non posso essergli di alcuna utilità. Una volta sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?
Allora pensai fra me: è possibile, il bene è possibile. Per forza.

Questo libro è un viaggio, ma prima di essere un viaggio è un cerchio, una sorta di circonvallazione dell’anima che parte dal circolo più esterno per arrivare all’ultimo, il più piccolo. L’ultimo punto per qualcuno non prevede un ritorno, per un altro è una nuova andata. La direzione è la vita per il secondo, la migliore ipotesi possibile circa il futuro; la direzione è la morte, ovviamente, per l’altro. Chi muore è un padre, chi continuerà a vivere è un figlio. Quello che entrambi metteranno insieme è quanto di più vicino ai concetti di speranza e di amore che mi sia capitato di incrociare in un libro da parecchio tempo  a questa parte.

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Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere (su Doppiozero)

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi 2018

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«[…] sicché l’immagine di uomo sbagliato e maledetto, incapace di convivere con i suoi simili senza ficcarsi in un qualche pasticcio, si è tramandata nei secoli, fino alla metà del Novecento, quando Bernard Berenson, insigne studioso, scrisse un breve quanto non benevolo saggio su di lui nel quale si dice che, tra i molti doni che aveva, gli mancava quello di saper vivere.»

Lui è Caravaggio, chi parla è il protagonista che una frase più avanti dichiarerà di essersi domandato per tutta la vita se difettava anch’egli del dono di saper vivere. Per il Gran Balordo si trattava di una macchia in un mare di talenti mentre per il narratore la sua è una macchia in un mare di macchie.

Chi è il narratore?  Il protagonista di Il dono di saper vivere di Tommaso Pincio (Einaudi, 2018) è un uomo in carcere che racconta la sua vita, la sua disfatta. Ci dice di trovarsi in prigione per un omicidio che non ha commesso (ma non dicono tutti così?), mentre racconta, si domanda e ci domanda se esista qualcuno che possegga il dono di saper vivere, dono che mancava anche a Caravaggio, il pittore da cui è ossessionato. La domanda è quella di tutti noi, quesito che almeno per una volta ci siamo posti. Pincio comincia il suo romanzo così, e piano piano sostituirà il carcerato con se stesso, senza fare trucchi e dichiarandolo apertamente. Se parliamo di un condannato meglio dire di uno che conosciamo bene.   [continua a leggere su Doppiozero]


Andrea Pomella, L’uomo che trema (su minima&moralia)

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Dentro quel particolare cielo credo si muova il malato di depressione, dentro una pericolosissima calma, in un accumulo di ore e giorni che preludono a un’esplosione, in cui la detonazione è sempre rimandata, c’è la paura del boato e mai il boato. Il depresso sta nell’istante prima del terremoto per quasi tutto il tempo. Deve essere terribile.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»


Milano, una passeggiata sentimentale

 

Milano, 23/01/1996 – 26/09/2018

Me ne sono andato, volevo dirtelo, Milano; potrà sembrare che sia andato via all’improvviso, ma non è così. L’andarsene è sempre un processo molto lungo. Quello che è vero è che non ho avuto molto tempo per salutare le persone, gli amici, ma va bene così, non mi piacciono gli addii e nemmeno gli arrivederci, sarebbero stati degli ciao con qualche abbraccio, ma quelli che contano e tu, Milano, sarete sempre dietro l’angolo. Salutare te, Milano, è però faccenda diversa, siamo cresciuti e cambiati insieme, Milano, in meglio, lo dico io per te, che sei più riservata. Ti ho salutata nell’unico modo possibile, nel modo in cui ci siamo conosciuti, con una passeggiata.

Il pomeriggio prima di andare via sono uscito di casa, ad Affori, ho pranzato in un posto in via Cialdini, ho pagato e poi – semplicemente – ho cominciato a camminare, un passo dopo l’altro, muovendo i piedi senza un copione.

Il primo pezzo è da via Pellegrino Rossi fino a Maciachini, e qui ho detto ciao alle botteghe, al quartiere che è stato casa per gli ultimi sei anni, la casa più casa che io abbia mai avuto. Affori è stata la mia “finestra in miniatura”, ho camminato fino a Dergano e ho deviato a destra verso l’interno per salutare i colori della nuova piazza. I colori sono belli Milano, e lo sono pure i tuoi. C’era il sole  su via Imbonati che faceva luci e ombre sui bus della linea 70 che risalivano verso Bruzzano o che scendevano verso Zara.

A Maciachini ho attraversato e ho preso via Menabrea, è carina, coi suoi piccoli palazzi e i pochi bar. A metà di via Menabrea c’è piazza Giuseppe Pasolini, e ogni volta – anche questa – penso, Milano, chissà quanta gente si volta e per un attimo ha l’illusione di trovarsi in piazza Pier Paolo Pasolini, e chissà che palle il buon Giuseppe. Via Menabrea che non ha il museo della birra ma ha quello della macchina da scrivere. Giù dritto fino all’Isola, Milano. E ho salutato i palazzi vecchi che resistono e quelli nuovi sullo sfondo. Alla fine stanno bene insieme, l’ho imparato, sei entrambe le cose, Milano.

Corso Como, Milano, e piazza XXV aprile, che per me è sempre quella del Teatro Smeraldo. Un bacio lanciato all’Anteo, e giù dritto per Corso Garibaldi, e via  Moscova, e  più giù ancora fino al Piccolo Teatro. Ho bevuto un caffè a Lanza per la prima volta nella vita, un caffè tremendo, ma non importa, Milano, erano importanti i saluti. Contava incrociare i tram, contava la casualità.

E allora giù, senza parlare, verso il Castello, e poi Cadorna, Milano. Ci ho messo anni a farmi piacere quella piazza, e adesso la trovo stupenda. Adesso che me ne vado, Milano. Ho camminato tanto, ma ho proseguito lungo via Boccaccio e fino a Piazza Conciliazione, i miei piedi hanno fatto un po’ di linea 3, un po’ di linea 2, e un bel pezzo di linea 1, Milano. Sei una città ben servita, si sa.

Ho di nuovo deviato, Milano, verso piazzale Baracca, storico capolinea della linea 67, quante ne so, Milano. Avrei potuto andare a sinistra fino a piazzale Aquileia, in posti dove ho abitato, ma da lì sarebbe stato troppo facile tirare verso i Navigli, ma non ce l’ho fatta. Non volevo una passeggiata strappalacrime, Milano, e allora ho tirato dritto per corso Vercelli. Qui c’era una libreria in cui ho passato tanti pomeriggi dei miei primi anni in città, Milano.

Ho fatto un ciao con la manina alla Feltrinelli e poi in via Marghera ho salutato un amico, un napoletano. Abbiamo bevuto un paio di birre a De Angeli, che non è un posto da birre, però va bene in un pomeriggio di sole.

Dopo mi sono infilato in metropolitana, ma a Bande Nere sono sceso di nuovo, Milano. Non potevo andarmene senza salutare tutta via Delle Forze Armate, sapendo che San Siro è poco distante. San Siro vale il Naviglio, e lo si saluta da lontano. Così, come il Duomo, Palestro, Porta Venezia, così come la Ghisolfa, e la Martesana. Ti ho salutata tutta, Milano, fino a via Cascina Barocco, che adesso sfuma nel Parco delle Cave, ma prima non era così.

Prima è tanti anni fa, è metà di questa vita. Me ne sono andato, Milano, ma lo sai che ti voglio bene, e ti ringrazio per come mi hai accolto senza disturbare. Nel mio cuore vali come Napoli, Milano, e a voi due guarderò sempre con dolcezza, qui da Venezia, dalla meraviglia della mia nuova casa, della mia nuova vita.

Il resto , lo sai, Milano, è dentro una poesia, questa.

 

Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa
*
a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.
*
Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba in fondo al viale.

 

 

Gianni Montieri


Marco Lupo, Hamburg (su minima & moralia)

Marco Lupo, Hamburg, Il Saggiatore 2018

 

La letteratura contemporanea ci porta molto spesso nei paraggi della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni mi è capitato di leggere molti romanzi che muovono le loro pagine dal 1930 al 1950, oppure fino al 1960, e ai giorni nostri, ma questi ultimi raccontati come conseguenza. Come se i giorni nostri e quindi noi stessi discendessimo, derivassimo da quel conflitto, e non è così? La nostra memoria è costruita sulle memorie dei nostri nonni, è fatta di racconti di altri. Il nostro istinto, prima ancora del ragionamento, tende a custodire ciò che ci viene tramandato. I nostri primi ricordi non esistono, in realtà, ci vengono in mente storie di noi che altri più vecchi ci hanno detto.

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