Archivi tag: Minima&moralia

Tom Drury, La trilogia di Grouse County (su minima&moralia)

Tom Drury, La trilogia di Grouse County, NN editore, traduzione di Gianni Pannofino

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Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

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Grace Paley, Tutti i racconti (su minima&moralia)

Grace Paley, Tutti i racconti, Edizioni Sur 2018, traduzione di Isabella Zani

(ultimo pezzo dell’anno su quello che è per me il libro dell’anno. Buone feste).

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Amo Grace Paley al punto che una volta ho tentato di catturare (per poi usare) il suo sguardo e di chiuderlo dentro una  poesia. L’ho presa come se fosse ancora viva (e non lo è?) e l’ho portata a Napoli, in pieno centro, davanti alla chiesa dello Splendore di Montecalvario. Volevo vedere che effetto potesse avere la capacita di osservazione, di sintesi, di empatia, di lucidità, spostata da New York (teatro vivente di tutta la sua opera) a Napoli; la mia città d’origine, vitale e piena di gente e voci proprio come nel Bronx, ma voci di un coro molto diverso.

L’ho immaginata mentre assisteva a una scena le cui protagoniste erano due donne del popolo (come si soleva dire, quando la parola popolo aveva un vero significato) e gliela ho fatta commentare, ricopiando la sua umanità. La poesia è questa:

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra indossa
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

“guardo ovunque” e il due volte ripetuto “volersi spiegare”, mi aiutano a cominciare in maniera quasi intima quello che dovrebbe essere un pezzo su Tutti i racconti di Paley, appena pubblicati in un unico volume da Sur, per la nuova (splendida) traduzione di Isabella Zani. [Continua a leggere su minima&moralia]


Jesse Ball, Censimento (su minima&moralia)

Jesse Ball, Censimento, NN editore 2018, trad. Guido Calza

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Pensai fra me: non posso essergli di alcuna utilità. Una volta sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?
Allora pensai fra me: è possibile, il bene è possibile. Per forza.

Questo libro è un viaggio, ma prima di essere un viaggio è un cerchio, una sorta di circonvallazione dell’anima che parte dal circolo più esterno per arrivare all’ultimo, il più piccolo. L’ultimo punto per qualcuno non prevede un ritorno, per un altro è una nuova andata. La direzione è la vita per il secondo, la migliore ipotesi possibile circa il futuro; la direzione è la morte, ovviamente, per l’altro. Chi muore è un padre, chi continuerà a vivere è un figlio. Quello che entrambi metteranno insieme è quanto di più vicino ai concetti di speranza e di amore che mi sia capitato di incrociare in un libro da parecchio tempo  a questa parte.

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Andrea Pomella, L’uomo che trema (su minima&moralia)

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Dentro quel particolare cielo credo si muova il malato di depressione, dentro una pericolosissima calma, in un accumulo di ore e giorni che preludono a un’esplosione, in cui la detonazione è sempre rimandata, c’è la paura del boato e mai il boato. Il depresso sta nell’istante prima del terremoto per quasi tutto il tempo. Deve essere terribile.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»


Juan Cárdenas, Ornamento (su minima&moralia)

Juan Cárdenas, Ornamento, Ed. Sur 2018, trad. Chiara Muzzi

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«Quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito. Basta aprire la porta per scorgere l’eloquente immagine: centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una stanza vuota, attraversata solo dall’ombra fresca e lunga della marmaglia, a un piano vuoto di un edificio vuoto, di un edificio razionalista in passato bello e splendente, costruito a immagine e somiglianza degli edifici razionalisti in passato belli e splendenti delle città razionali. Centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una città irrazionale un giorno hanno battuto, su centottantotto fogli di carta intestata delle Assicurazioni Tequendama, un discorso armonioso e razionale che qualcuno avrebbe letto con devozione negli uffici e nei corridoi del Ministero della Destituzione: quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito e non sarò milioni, sarò l’unico esempio, rotti gli schemi, l’esempio inimitabile[…]»

Quattro donne partecipano a dei test per la sintetizzazione di una nuova droga, non ne conosciamo i nomi, sono numerate da 1 a 4. Quando ricevono le prime dosi, le prime 3 si addormentano, la numero 4 (così sarà chiamata per tutto il libro) rimane sveglia e comincia degli strani sproloqui che il medico a capo dell’esperimento decide di trascrivere. Il brano qui in alto è l’attacco del terzo monologo della numero 4. L’ho riportato sperando che faccia su chi legge lo stesso effetto che ha fatto a me. Ci troviamo davanti a una serie di frasi apparentemente senza una sequenza logica – I monologhi della numero 4 si scioglieranno in uno più lungo posto nell’ultima parte del libro –, eppure noi qualcosa vediamo, qualcosa che va oltre all’effetto della droga assunta. Vediamo una carrellata di immagini che sembrano uscire da un film e che, per lo straordinario ritmo della prosa di Juan Cárdenas, ci si attaccano addosso prima ancora di trovare loro un significato. [continua a leggere su minima&moralia]

 


Marco Lupo, Hamburg (su minima & moralia)

Marco Lupo, Hamburg, Il Saggiatore 2018

 

La letteratura contemporanea ci porta molto spesso nei paraggi della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni mi è capitato di leggere molti romanzi che muovono le loro pagine dal 1930 al 1950, oppure fino al 1960, e ai giorni nostri, ma questi ultimi raccontati come conseguenza. Come se i giorni nostri e quindi noi stessi discendessimo, derivassimo da quel conflitto, e non è così? La nostra memoria è costruita sulle memorie dei nostri nonni, è fatta di racconti di altri. Il nostro istinto, prima ancora del ragionamento, tende a custodire ciò che ci viene tramandato. I nostri primi ricordi non esistono, in realtà, ci vengono in mente storie di noi che altri più vecchi ci hanno detto.

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La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli (su Minima & Moralia)

La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli

Libri: Uomini e cani, Adelphi 2018 – Nella Perfida terra di Dio, Adelphi 2017

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Ho avuto sempre un’idea Faulkneriana della Puglia, di una terra aspra e selvaggia, battuta, scaldata e consumata dal sole. Una Puglia gialla e verde e misteriosa. La Puglia come gran parte del nostro sud nasconde e mostra contemporaneamente, a ogni angolo, qualcosa di cupo, un buio pronto a risucchiarti alla prima distrazione, al primo segno di abbandono. Ho detto Faulkner ma avrei potuto dire Mc Carthy, o Joe R. Lansdale. La Puglia è infinita e ci si può perdere, c’è qualcosa di oscuro nei piccoli paesi, ai confini delle masserie, nei muri screpolati, nei bar costruiti sotto case abusive, qualcosa che si avverte ma subito passa via perché poi si arriva al mare, e lì lo splendore per qualche istante ti rapisce e dimentichi il resto.

Pianse quando si rese conto di dove si trovasse e, senza più un briciolo di volontà, si ritrovò a desiderare il potere di annientarsi all’istante: morire, per non dover affrontare la verità spaventosa.

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Orso Tosco, Aspettando i naufraghi (su minima & moralia)

Orso Tosco, Aspettando i naufraghi, minimum fax, 2018

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«L’inaspettato per una volta, è accaduto. E ha cambiato tutto.»

Qualche settimana fa mi è capitato di presentare Aspettando i naufraghi(minimum fax, 2018) di Orso Tosco; quella sera, durante la nostra conversazione, lo scrittore mi disse una serie di cose molto interessanti riguardanti il romanzo, tra queste una mi è rimasta particolarmente impressa. Tosco disse che all’origine della scrittura del romanzo c’era un suo periodo di vita decisamente difficile e complicato e si era posto una domanda: “Da chi vorrei essere portato via?” o forse più precisamente la domanda era: “Da chi vorrei essere ammazzato?”. La risposta che si diede Tosco, e che poi è arrivata a noi in un libro, fu: “Da qualcuno che non mi parlasse”. Ho ripensato spesso a quella frase; credo che anche io vorrei essere ucciso da qualcuno che non mi parlasse e vorrei che mi uccidesse in fretta. Portato via, ucciso, spazzato, sterminato. Uno che pensa a queste cose vuole sparire, perché c’è un peso difficile da sostenere. Orso Tosco è sparito scrivendo una storia apocalittica e bella, scegliendo con cura il linguaggio, il paesaggio, e scomponendo questa voglia di dissolversi in tanti meravigliosi personaggi, che sembrano frammenti di un solo corpo dopo una deflagrazione. [continua a leggere su minima&moralia]


Emma Glass, La carne (su minima & moralia)

Emma Glass, La carne, Il Saggiatore 2018, trad. di Franca Cavagnoli

 

«Peach. Non scappare più. Ti amo Lincoln.»

Il male e la paura, non possiamo evitare di averci a che fare, di incontrarli, di sopportarli, di viverli. Scopriremo il male sotto la sua peggior manifestazione, saremo preda delle paure più profonde. Tenteremo di schivare, di proteggere noi e chi ci sta accanto, ma spesso falliremo. Arriverà quel male che ci seguirà passo passo, che si impossesserà di ogni centimetro di pelle, che prenderà casa nella nostra stessa carne. La paura poi ci toglierà il respiro, ci farà sentire in bilico, ci costringerà a guardarci le spalle, a tenere le luci accese, a cercare conforto e, allo stesso tempo, tacere. Assoceremo male e paura alla voglia di scappare e al buio, e non sapremo che fare. Prima o poi accadrà. Se saremo fortunati ne saremo soltanto sfiorati, ne verremo fuori, troveremo uno spiraglio, una via di fuga. Se saremo sfortunati e occupati dal male quello vero, che è fatto di cattiveria e presunzione, che è un’invasione, un accanimento, un inseguimento, soccomberemo, a meno che da qualche parte non troveremo la forza di attaccarlo a nostra volta.  [continua a leggere su minima&moralia]


Salvador Elizondo, Farabeuf (su minima & moralia)

Salvador Elizondo, Farabeuf o la cronaca di un istante, trad. Giulia Zavagna, introduzione di Alessandro Raveggi, Liberaria edizioni, 2018

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«La vita era soggetta  a una confusione nella quale era impossibile distinguere il presente dal passato.»

Questa affermazione che leggiamo nelle prime pagine di Farabeuf ci dice già molto del gioco al quale Salvador Elizondo sta invitando il lettore a partecipare, solo che il lettore non lo sa, quando legge la frase non sa ancora nulla, ma è già confuso, è già irrimediabilmente catturato dall’istante che si dilaterà nell’arco della storia. Istante che si farà piccolo fino a sparire, che si espanderà fino a moltiplicarsi all’infinito, come in una rifrazione perpetua.  [continua a leggere su minima&moralia]


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