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Milano, una passeggiata sentimentale

 

Milano, 23/01/1996 – 26/09/2018

Me ne sono andato, volevo dirtelo, Milano; potrà sembrare che sia andato via all’improvviso, ma non è così. L’andarsene è sempre un processo molto lungo. Quello che è vero è che non ho avuto molto tempo per salutare le persone, gli amici, ma va bene così, non mi piacciono gli addii e nemmeno gli arrivederci, sarebbero stati degli ciao con qualche abbraccio, ma quelli che contano e tu, Milano, sarete sempre dietro l’angolo. Salutare te, Milano, è però faccenda diversa, siamo cresciuti e cambiati insieme, Milano, in meglio, lo dico io per te, che sei più riservata. Ti ho salutata nell’unico modo possibile, nel modo in cui ci siamo conosciuti, con una passeggiata.

Il pomeriggio prima di andare via sono uscito di casa, ad Affori, ho pranzato in un posto in via Cialdini, ho pagato e poi – semplicemente – ho cominciato a camminare, un passo dopo l’altro, muovendo i piedi senza un copione.

Il primo pezzo è da via Pellegrino Rossi fino a Maciachini, e qui ho detto ciao alle botteghe, al quartiere che è stato casa per gli ultimi sei anni, la casa più casa che io abbia mai avuto. Affori è stata la mia “finestra in miniatura”, ho camminato fino a Dergano e ho deviato a destra verso l’interno per salutare i colori della nuova piazza. I colori sono belli Milano, e lo sono pure i tuoi. C’era il sole  su via Imbonati che faceva luci e ombre sui bus della linea 70 che risalivano verso Bruzzano o che scendevano verso Zara.

A Maciachini ho attraversato e ho preso via Menabrea, è carina, coi suoi piccoli palazzi e i pochi bar. A metà di via Menabrea c’è piazza Giuseppe Pasolini, e ogni volta – anche questa – penso, Milano, chissà quanta gente si volta e per un attimo ha l’illusione di trovarsi in piazza Pier Paolo Pasolini, e chissà che palle il buon Giuseppe. Via Menabrea che non ha il museo della birra ma ha quello della macchina da scrivere. Giù dritto fino all’Isola, Milano. E ho salutato i palazzi vecchi che resistono e quelli nuovi sullo sfondo. Alla fine stanno bene insieme, l’ho imparato, sei entrambe le cose, Milano.

Corso Como, Milano, e piazza XXV aprile, che per me è sempre quella del Teatro Smeraldo. Un bacio lanciato all’Anteo, e giù dritto per Corso Garibaldi, e via  Moscova, e  più giù ancora fino al Piccolo Teatro. Ho bevuto un caffè a Lanza per la prima volta nella vita, un caffè tremendo, ma non importa, Milano, erano importanti i saluti. Contava incrociare i tram, contava la casualità.

E allora giù, senza parlare, verso il Castello, e poi Cadorna, Milano. Ci ho messo anni a farmi piacere quella piazza, e adesso la trovo stupenda. Adesso che me ne vado, Milano. Ho camminato tanto, ma ho proseguito lungo via Boccaccio e fino a Piazza Conciliazione, i miei piedi hanno fatto un po’ di linea 3, un po’ di linea 2, e un bel pezzo di linea 1, Milano. Sei una città ben servita, si sa.

Ho di nuovo deviato, Milano, verso piazzale Baracca, storico capolinea della linea 67, quante ne so, Milano. Avrei potuto andare a sinistra fino a piazzale Aquileia, in posti dove ho abitato, ma da lì sarebbe stato troppo facile tirare verso i Navigli, ma non ce l’ho fatta. Non volevo una passeggiata strappalacrime, Milano, e allora ho tirato dritto per corso Vercelli. Qui c’era una libreria in cui ho passato tanti pomeriggi dei miei primi anni in città, Milano.

Ho fatto un ciao con la manina alla Feltrinelli e poi in via Marghera ho salutato un amico, un napoletano. Abbiamo bevuto un paio di birre a De Angeli, che non è un posto da birre, però va bene in un pomeriggio di sole.

Dopo mi sono infilato in metropolitana, ma a Bande Nere sono sceso di nuovo, Milano. Non potevo andarmene senza salutare tutta via Delle Forze Armate, sapendo che San Siro è poco distante. San Siro vale il Naviglio, e lo si saluta da lontano. Così, come il Duomo, Palestro, Porta Venezia, così come la Ghisolfa, e la Martesana. Ti ho salutata tutta, Milano, fino a via Cascina Barocco, che adesso sfuma nel Parco delle Cave, ma prima non era così.

Prima è tanti anni fa, è metà di questa vita. Me ne sono andato, Milano, ma lo sai che ti voglio bene, e ti ringrazio per come mi hai accolto senza disturbare. Nel mio cuore vali come Napoli, Milano, e a voi due guarderò sempre con dolcezza, qui da Venezia, dalla meraviglia della mia nuova casa, della mia nuova vita.

Il resto , lo sai, Milano, è dentro una poesia, questa.

 

Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa
*
a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.
*
Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba in fondo al viale.

 

 

Gianni Montieri

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Verso Natale, ancora due parole sul cinghiale

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Quest’anno su Poetarum Silva non faremo la classifica dei libri. Ci abbiamo rinunciato anche l’anno scorso; forse perché con più di 700 post in 365 giorni di qualche libro abbiamo scritto, parlato o solo segnalato e può bastare.. A titolo personale, ed è per questo motivo che lo scrivo nel mio piccolo archivietto, voglio dire ancora due parole su Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, perché è un libro che ha portato cose belle e ne ha fatte capitare altre, ed è comunque uno dei più belli che ho letto quest’anno.

(Ma stringi stringi è sempre torneremo? la domanda fondamentale. La frase semplice che ci spiega che tutto quello che ci fa vivere viene dalla paura della morte).

La mia recensione al libro la trovate qua: Meacci/Poetarum. Alla fine dell’articolo scrivevo:

Ho la sensazione che la magia che ha compiuto Meacci con questo romanzo sia una cosa che tenteremo di ritrovare, da qui in poi, in altre cose che leggeremo, perché è una sensazione bella, come è bello il momento (che arriverà) in cui ci si commuove e sapremo esattamente quale frase di quale pagina scatenerà l’emozione particolare prossima alle lacrime, ma sapremo – anche e di più – che quel momento ha radici piantate solidamente dalla prima pagina, ed è costruito da Meacci, parola per parola.

Ci sono libri belli e libri bellissimi (e Il cinghiale che uccise Liberty Valance è tra questi), ma ci sono libri che si amano molto perché ci parlano, in molti modi. Ci parla la storia che raccontano, la lingua con cui la raccontano, il ritmo che impongono. Il romanzo di Meacci è un libro fatto di inventiva e domande, è anche un libro di conoscenza, un libro di morti e vivi. È un libro fatto di comunicazione e di incomunicabilità. È una storia d’amore. Qualche giorno dopo averne scritto ho avuto il piacere di conoscere Giordano e di presentare il suo libro a Venezia, alla Libreria Marco Polo (e dove altrimenti?), è stata una serata meravigliosa, divertente e faticosa. Parlare con Meacci in pubblico è un’esperienza che consiglio perché ti incanta; il faticoso si riferisce a quando bisogna chiudere le numerose parentesi che Meacci apre portandoti dappertutto. Gesticolando – finalmente – più di me. Da quella sera, in cui si poté parlare di Bertolucci (Attilio) e Raboni, di Kubrick e di Troisi e di Totò, provo anche dell’affetto per Meacci. 

Qualche giorno dopo quella serata, tornando in treno da Venezia a Milano, ho scritto una poesia a cui tengo molto, questa:

Milano, ultima

(a Giordano, che sa)

Eccola la mia città, di nuovo,
comparire istante dopo istante,
tetto dopo tetto, il giallo
smunto delle case di Lambrate,
le imposte un poco consumate.

Eccola insieme a quello che ricordo,
a quello che dimentico, prima un
ponte, poi un’intuizione, sapere
sotto al binario cosa passa, cosa
è passato, cosa – infine – passerà.

Eccola come in un piano
sequenza lungo il giusto, colori
mai uguali, un pensiero ampio,
un battito mancato sotto
al cuore, alle nove del mattino.

Eccola mentre si accosta
e mi riconosce e mi accoglie
un’altra volta, da vent’anni,
per poi sparire e lasciarmi
come tutti alle cose da fare.

*

Devo questa poesia al ritmo del romanzo di Giordano e all’idea di accoglienza che il suo libro ti lascia. Il cinghiale che uccise Liberty Valance ti accoglie un po’ come fa Milano, non ti salta al collo, ma ti aspetta e poi non ti lascia andare.

Marco Opla + Gianni Montieri

Marco Opla + Gianni Montieri

Qualche tempo dopo per una mostra che si sarebbe tenuta poi a Portogruaro (e che poi è diventata itinerante Libri Di Versi) mi fu chiesto un testo che un’artista avrebbe dovuto rielaborare attraverso una sua opera. Fui abbinato (o scelto da lui) all’architetto Marco Opla. Io e Marco ci scambiammo alcune email, mi scrisse che avrebbe voltuo rielaborare un mio testo, che parlasse di una città, mediante l’utilizzo di Google Street Wiew, gli mandai subito “Milano, ultima”. La sua bellissima rielaborazione la trovate qui: Opla+/Milanoultima. Anche l’opera di Marco ha assecondato il ritmo della poesia e del romanzo (che non aveva nemmeno letto) e mi ha accolto (e sono certo che abbia accolto chiunque l’abbia osservata) come fosse Apperbohr e come fosse Milano.

Della letteratura mi piacciono le connessioni tra parole e persone e le conseguenze, le belle rimanenze. Il cinghiale ha fatto succedere cose, perciò lunga vita al cinghiale.

*

© Gianni Montieri


Milano, ultima

Milano, foto di gianni montieri

Milano, foto di gianni montieri

Milano, ultima

(a Giordano, che sa)

 

Eccola la mia città, di nuovo,
comparire istante dopo istante,
tetto dopo tetto, il giallo
smunto delle case di Lambrate,
le imposte un poco consumate.

[… continua a leggere su Poetarum Silva ]


Un’intervista su Avremo cura

Avremo cura - copertina solo prima

Intervista/recensione a cura di Filippo Di Nardo

 

Sono passati cinque anni da Futuro Semplice, primo libro di Poesie di Gianni Montieri, ed ora è nelle librerie: Avremo Cura, edito da Zona Contemporanea, con foto di copertina ed immagine dell’autore di Anna Toscano.

L’autore giuglianese attraverso (e con) questo volume, diviso in due percorsi, traccia un profilo umano e sociale di un mondo che può esserci distante, se ci giriamo dall’altra parte, ma talmente vicino quando si sfiorano sentimenti e stati d’animo.

Non tralascia i percorsi giovanili e non dimentica (come si potrebbe?) la sua città natale, la quale, seppur ormai distante, ha segnato una gioventù non troppo remota ma che, inesorabilmente, appartiene al passato.
Un passato che non si cancella e che sovente ritorna come fotografia in bianco e nero.

Questo libro mi ha innescato la curiosità del lettore e allo stesso tempo il desiderio di sapere come cambia lo style di un poeta (ma non solo) che in gioventù ha vissuto una realtà diversa dall’odierna maturità artistica ed umana.

Lo chiamo al telefono. La disponibilità è immediata.

Partiamo col confermare la forza onomatopeica, talvolta devastante, di ogni parola scritta: possiamo dire che il termine paura, di per sé, è vivere la quotidianità. Ma la parola futuro potremmo associarla all’ignoto?
Io, la parola futuro preferisco associarla alla speranza, anzi, alla curiosità. Il futuro è, forse, la nostra voglia di andare a vedere.

Milano, una città e il suo vivere: le manca il sole che scalda l’anima?
A ciascuno il suo. Milano ha un suo sole che non c’entra con quello del sud. Ha una sua luce, basta saperla trovare. I posti, credo, diventino un po’ come noi, se Milano ha un sole, per me, è perché me lo porto appresso, sarà vero? Però, non è male pensarlo.

Cominciando a leggere: “Infine furono le case di ringhiera…” m’è ritornato in mente un brano della PFM, Maestro Della Voce, dedicato a Demetrio Stratos. Che musica ascolti?
Spazio molto. Ascolto ancora parecchio rock, non mancano il jazz e il blues e i cantautori italiani, questi ultimi un po’ meno spesso di prima. Mi interessa molto il circuito del rock indipendente statunitense.

Scrutando l’urbanistica di una città, poniamo Marghera, potremmo farci un’idea della gente che la vive?
Marghera è un caso molto particolare, dovremmo provare a capire chi le sopravvive, o chi le è sopravvissuta. Eppure, certe mattine, quella architettura diventa di una bellezza assoluta. [continua a leggere su Melitonline.net]


Voler bene a Raboni

fonte liquida.it

fonte liquida.it

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni non se ne è mai veramente andato. Non lo dico io, l’ha detto lui e mi ha convinto.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte www.giovanniraboni.it)

Io non sono una persona di fede, non ho alcun pilastro su cui fondarla, semplicemente non credo. Eppure le poche volte in cui mi sono sentito vicino a una certa idea di fede sono state quelle in cui ho letto le poesie di Giovanni Raboni. [continua a leggere su Poetarum Silva]


2 x L.

biennale architettura 2010 - foto gm

biennale architettura 2010 – foto gm

La volta dei piccioni la ricordo
più di tutte, la poca confidenza
che avevamo allora, l’incrocio
degli sguardi in Piazza Duomo
due mezzi sorrisi, il tuo prima
del mio, poi la stretta di mano
e tu cospiratore a dire: “Noi
non ci siamo visti”. Sembravi
più piccolo in tutto lo spazio
di Milano. Non so più
chi mi domandò di te
dribblammo poi  i piccioni
in direzioni opposte
“Il più bravo di tutti” risposi
facendo il bullo in Galleria.

*

Nelle tue storie il cielo
era grigio, di metalllo
una lega necessaria
al racconto, ai tempi,
ma se ti penso vedo
solo cose luminose
cose che sapevi fare
come farmi ridere.

 

 

© gianni montieri – inediti 2014


I Modà, il clima e Blade Runner

2013-07-29 16.17.14-1

 

 

 

I Moda, il clima e Blade Runner

D’altronde erano giorni in cui le stagioni andavano continuamente a sovrapporsi. Gli autunni sembravano ritardi d’estate, così come le estati, i luglio apparivano come scarti d’autunno, piccole particelle di inverni andati a male. Era il tempo in cui cantavano i Modà, in cui i Modà suonavano a San Siro. In cui le Emme Marrone si toglievano il cognome e dicevano cose del tipo Da oggi sono solo Emma. In quei giorni, a luglio, pioveva moltissimo e non erano temporali, era pioggia. Acqua assurda che arriva da tutte le parti. Amici continuava a sfornare EmmeMarronesenzacognome e AlessandreAmoroso, piccoli BiagiAntonacciconicapelli. Nessuno aveva più amici, alcuni scrivevano poesie. Non alla SIAE, non al denaro, non alla gloria, né al cielo. Anche perché il cielo era grigio. Un grigio Modà. Un grigio noi veniamo dalla periferia e siamo amici da piccoli, da fuori Milano, e ce l’abbiamo fatta, ma siamo rimasti gli stessi bravi ragazzi. Sì, ma fate canzoni di merda. Pioveva, su youtube si trovavano cose come Anidride Solforosa in versione live, cantata da Angela Baraldi e Francesco De Gregori. Quella era una canzone. Ma tutto intorno erano  i giorni dei Modà, che camminano sulla spiaggia in un video, dove la spiaggia è deserta e c’era un po’ di vento. Erano i giorni delle idee. Giorni in cui ti mancava Madonna, per dire. Il clima era molto brutto la famiglia D’Alessio dominava. Pioveva a dirotto e la muchacha della Tatangelo era ovunque. Tutto era sovrapposto, Mario Merola era svanito per non tornare mai più e Liam Gallagher non aveva nessuno con cui litigare.  Suonava il telefono: era il bassista dei Primus. Era ancora incazzato con me, vabbè ma che sarà mai, avevo solo scritto che negli anni novanta non era poi il miglior bassista. Cosa che avrei potuto confermare, ma non lo facevo. Riagganciavo con educazione, youtube mi suggeriva di guardare Marco Carta, solo che i video di Carta erano moltissimi. Li chiudevi e si riaprivano. Cliccavi su Lucio Dalla e si apriva un Carta, come in un Blade Runner di merda, i Carta si replicavano. Stanco, mandavo un whatsapp a Michele Mari chiedendogli di smetterla con la fantasia.


La mia Milano

Milano Affori - foto gm

Milano Affori – foto gm

 

Ripropongo qui, un mio vecchio articolo che è diventato un monologo al centro della serata di musica e poesia “Il luogo fragile”, il 16 novembre 2013, al Vanghè a Milano. Con me quella sera c’erano Nicoletta Bernardi, Gianni Consiglio, Federica Toti, Raffaele Lomoro e Roberto Romano. (gm)

La mia Milano

In versi di qualche anno fa scrivevo: «Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del Naviglio». Il vero contenuto di quei versi mi è tornato in mente in questi giorni, per via della scomparsa di Enzo Jannacci. Chi mi conosce bene sa anche quello che quei versi non dicono. Degli anni in cui me ne andavo in giro per la città, tenendo sotto il braccio, erano giorni senza borse alla moda, le poesie di Raboni, di Pagliarani, di Giudici, di Sereni e altri. [continua a leggere su Poetarum Silva]

 

 

 


Le cronache della Leda #10 – Le biciclette

la numero 10 de LecronachedellaLeda

Poetarum Silva

berlino - foto di gianni montieri berlino – foto di gianni montieri

Le cronache della Leda #10 – Le biciclette  

(a andrea pomella e marco rossari)

Una volta hanno votato la cittadina dove vivo, paese come lo chiamo io, tra le dieci più ciclabili d’Italia. In piazza, nei negozi, per un mese o due non si era parlato d’altro. Quindi andare in bici era una cosa di cui vantarsi. L’Adriana e la Luisa erano entusiaste del piazzamento. Io (la guastafeste secondo loro) pensavo, invece, che quando le cose normali, giuste ma minime, diventavano qualcosa per cui vantarsi voleva soltanto dire che non rimaneva più nulla per cui valesse la pena farlo. Ovvero erano sparite le eccezioni, ci si vantava dell’ovvio. Ma tu vallo a spiegare a quelle due. Io che facevo tutto a piedi ero la più ecologica di tutti ma non andavo certo a raccontarlo in giro come se fosse un evento.

Io e la…

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Lettere aperte al fronte brasiliano #55

venezia - gm

Tutto prende a svanire, le case
e più piano i colori, si sottraggono
alla vista il parco, il quartiere
l’occhio comincia a respirare
si fa ampia la gittata dello sguardo
della bracciata, è acqua Milano
mi tuffo, scompaio, riemergo
tocco il bordo, la tua mano.

***
(inediti 2013 – gm)


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