Vera Giaconi, Persone care (su minima&moralia)

Vera Giaconi, Persone care, trad. Giulia Zavagna, Sur, 2019

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Ho finito di leggere Persone care di Vera Giaconi (Sur 2019, traduzione di  Giulia Zavagna) da un paio di settimane e da quando ho chiuso il libro non ho mai smesso di pensarci. Il motivo per cui non ne ho scritto il giorno stesso o quello immediatamente dopo credo vada ricondotto a due sensazioni che mi avevano accompagnato durante la lettura e che non mi abbandonavano, lo stupore e l’ansia.

Avevo bisogno di ritrovare un minimo di razionalità per raccontare i dieci racconti della scrittrice uruguaiana – tradotta in italiano per la prima volta, nel solco del gran lavoro che stanno facendo i tipi di edizioni Sur sulla nuova letteratura sudamericana – anche se mi rendo conto che se avessi twittato “Stupore e ansia, tra le cose che restano dei racconti di Vera Giaconi” qualcuno avrebbe ritwittato, magari un paio sarebbero andati poi a procurarsi il libro, me la sarei cavata con poco. Questo libro però meritava un pezzo all’altezza e, siccome dopo quindici giorni, rimangono sempre stupore e ansia partirò da qui per provare a costruire un ragionamento intorno alla scrittura di Giaconi.

Le massime aspirazioni nella vita di entrambi erano raggiungibili e questo li rendeva persone propense a essere felici.

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