Turisti americani (da La Disarmata)

Piazza Dante, Napoli. (foto di gianni montieri
Piazza Dante, Napoli. (foto Gianni Montieri)

Philip Roth a piazza del Gesù

L’approssimarsi delle chiese
la religione e il suo ingombro,
il paradosso sublime del mare
a un passo, crudele e anarchico

come questa città, la piazza
ferma sul Decumano inferiore:
uno mi parla e mi domanda
se sono americano, non lo so,

non lo sono, qui sono nuovo
come il Gesù, immacolato
come l’obelisco, tutto ha senso,
pure cristo, solo quando è nuovo.

 

Cormack McCarthy a via dei Tribunali

(a Francesco Filia)

Rispondere al terzo che chiede
l’elemosina, in un giorno di sole
lo intuisco ma non lo vedo, qui
a via dei Tribunali, né Dio né luce,

gli do un euro, mastica una parola,
ci fossero delle siepi qui intorno
oppure nelle grotte, nel vuoto
sotterraneo dove si cela il sangue

seccato sulle pietre, buttato
come dicono qua, nella speranza
che un Dio fuori luogo, si manifesti
e salvi tutti quanti prima della rovina.

 

Grace Paley a Monte Calvario

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra indossa
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

 

David Foster Wallace a Marechiaro

È sera finalmente, qui è un posto
da poeti, il resto è da non crederci.
Dio non esiste, ma se esistesse, remota
possibilità, mi avrebbe spedito quaggiù,

in una terra che è dopo la realtà
gente ipervissuta quindi mai nata
sono troppi e troppo rapidi, eterno
rodeo dove sei tu il cavallo e il toro,

dove quando piove il mare si fa nero,
scuro come la ruggine di fuori Boston,
un personaggio di Pynchon, baciarti qui
mi farebbe piccolo come a Capri vite fa.

 

Don DeLillo al Cardarelli

Prima è stato un silenzio sordo
dopo nulla, apro gli occhi adesso:
a sinistra del letto un muro sporco
e più avanti una finestra, dietro alberi,

la flebo nel braccio, le gocce scendono
e anche fuori piove, c’è un altro uomo
ha un tubo nel naso, non lo sento
eppure credo urli, forse bestemmia

Napoli non l’ho ancora vista, o forse
è questa: soluzione distillata in vena
il lampo antico di mia madre che balla
il volto del santo sulla parete di fronte.

 

Donald Barthelme a piazza del Plebiscito

La statua di cristallo liquido, di vetro fuso
si muove verso il lato destro della piazza
Il palazzo reale prova a piegarsi sull’acqua
un lampione colorato si flette e lo tira su

l’uomo non risponde, è svenuto, perduto,
l’ambulanza viene da dietro, dal San Carlo,
il medico è tranquillo, fa segni come “ok”
uno con la divisa blu li sposta tutti quanti

come in un cerchio magico che si apre
nel cerchio della piazza, vedo lo scrittore
steso e da morto so che non è il suo tempo
poi uno scooter balza fuori dalla metropolitana.

 

Dorothy Parker a via Toledo

Per prima la ragazza in tacchi a spillo
quella la voglio nel racconto, ecco,
dunque chi altri? Il camiciaio, il sarto,
naturalmente quello delle cravatte,

lo scugnizzo scalzo mi dicono non esista
ma almeno un parcheggiatore, una riccia,
alla mia amica però piace frolla, sì, sì, sì
questa è la città perfetta, è un party

di inizio Novecento lanciato nel duemila
con me ancora viva mentre passeggio
da finta sciantosa lungo la via Toledo
che è un’isola in un mare pedonale.

 

Raymond Carver a San Martino

Scattare una fotografia da quassù
con i capelli di Tess nell’inquadratura
l’obliquo perpetuo dove crollano
le mura. Una chiave, un foglio, un incipit

con la parola mare e un altro di rinuncia
per commozione, per sottrazione, trovare,
intanto che accavalli le gambe sul muretto,
l’aggettivo unico, il tempo e la ragione

poi passa un cane uscito da un ricordo
scoppia un tramonto irreversibile
fermo come il rosso di certi nostri laghi
o il mio orologio dall’agosto dell’ottantotto.

 

Silvina Ocampo a Via Duomo

Soltanto qui dopo Buenos Aires
ho visto i bambini volare, slanciarsi
dalle ginocchia, slacciarsi il peso
bimbi luminosi, bimbi senza gravità,

anche questa via centrale scende
Jorge mi direbbe: oppure sale
e avrebbe ragione, ognuno vede
a suo modo e io cerco la direzione

del mare, il porto m’avvicina
all’odore di casa, alle croste
secche sui ginocchi, alle storie
che avrei imparato a scrivere.

 

Roberto Bolaño a piazza Garibaldi

I treni che vanno e vengono sono uguali
qui come in Cile, a Parigi come in Spagna,
le stazioni no, le persone ancora meno,
i binari sono già letteratura, credo

che avrei rubato libri come in Cile
se fossi nato qua, avrei rubato comunque
mi sarei arrangiato, avrei perso
avrei dimenticato ma non tutto

questa è una frontiera in diagonale
ogni vicolo, ogni incrocio è una linea
e tutto marca una differenza, un’assenza
avrei tenuto a mente il tufo, l’ignoto.

 

 

*

Metto qui tutte insieme le 10 poesie “Turisti americani” tratte dal volume collettivo “La Disarmata” che uscì nel 2014 per Cfr edizioni, libro che non si trova più.

Gianni Montieri

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