Su “Avremo cura” intervista di Giovanni Fierro

Scrivere il viaggio        ——————————–

La cura e il prendere nota

Fra le pagine di Gianni Montieri

di Giovanni Fierro

 

 

Gianni Montier 'avremo cura' copertina.jpg

C’è tutto nel titolo di questa raccolta: “Avremo cura”.
Che è titolo coraggioso, parole che si tengono strette e sanno bene il rischio che corrono.
Mi immagino che Gianni Montieri lo sappia bene, molto bene.
E mi immagino che non poteva fare altrimenti.
Perché la direzione scelta, in queste pagine scritte e firmate da lui, è una decisa direzione che va contro mano.
In senso inverso e contro l’onda di attuale negligenza emotiva e sviluppata paura sociale, che è la caratteristica ormai principale del nostro presente.
“Avremo cura” è un libro che fa i conti con le proprie radici, con i propri sentimenti, con i propri desideri; ed ha uno sguardo che vuole stare attento, che vuole essere partecipe.
Perché se c’è tanto di cui discutere e mettere in dubbio, c’è anche un qualcosa che va difeso, impugnato, mostrato e vissuto.
Che è, prima di tutto, il rispetto. Verso di sé, verso chi vogliamo bene, verso chi sappiamo è indifeso.
Niente è lontano, nessuno è lontano.
Ogni distanza una volta percorsa diventa una vicinanza. Sia che si tratti di chilometri, sia che si tratti di conoscenza.
Benvenuti, in queste pagine che sanno far tremare ogni foglia del cuore, e sanno conservare ogni respiro umano.
Fra città, giovinezze passate, costruzioni di un amore e fiducia nella parole.
Quelle pensate e quelle scritte, ci suggerisce Gianni Montieri, che sa indicarci in ogni sua pagina una possibilità di nuova esperienza, e allo stesso tempo, di farci ricordare perché ha sempre un senso credere nello stare al mondo.

 

 

dal libro, sezione “Avremo cura”:
Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa

a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.

Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba in fondo al viale.

 

***

 

Tutto quello che ti è cucito sul cuore
tutto il metallo, il ferro arrugginito
il ricamo irregolare lungo il tessuto
del muscolo, tutti i vestiti raccolti
in fondo all’armadio, i medicinali
scaduti, il cappello che hai regalato
a tuo padre, l’inutilità perpetua
di un ottavo di Coppa Italia, i quattro
quarti musicali che non hai mai capito
il tempo tolto all’amico perduto
l’amore (questa parola e non un’altra)
salvo, già salvato, ancora da salvare.

 

 

gianni montieri 2.jpg

 

 

dal libro, sezione “(sud) in caso di morte”:
Francesco alle medie era il più smilzo
poco ne capiva di materie letterarie
sono certo l’algebra lo confondesse
però toccava il culo alle ragazze
ghignava con la sigaretta in bocca
che sarebbe diventato il padrone
del suo rione popolare
era già morto, dieci anni
prima che gli sparassero
gli passavamo i compiti
non lo sapevamo.

 

***

 

Scrivere di una madre
farlo in una sera di febbraio
riporre, seguendo schema matematico,
i piatti asciutti in credenza
poi i bicchieri, le tazze
nel mobile più in alto.
La somma delle rinunce di una madre
di seguito la teoria del sottrarsi:
meno cose – meno vestiti – meno me
applicazione scientifica del dare:
più sacrificio – più amore – più esserci.
Dopocena faccio cose del genere,
quando sto in casa e non esco
non guardo la tele e nemmeno scrivo
sarebbe facile spiegarti il bene che mi fai
più facile con la neve fuori
– il bianco ti somiglia –
invece mi accomodo in poltrona
controllo la posta e non ti chiamo.

 

 

l’intervista a Gianni Montieri:

In ‘Avremo cura’ ci sono spostamenti geografici, e ‘spostamenti’ del cuore; che viaggiare è questo, contenuto in queste pagine?
Come ho scritto nella breve nota che chiude il libro, le due sezioni rappresentano un’andata e un ritorno, il viaggio c’entra molto, ma il viaggio è per me un sacco di cose. Viaggiare è ritornare a casa, è scoperta e riscoperta. Viaggiare è trovare una direzione e un senso, viaggiare è cercare di comprendere. Viaggiare, qui, è desiderio di stabilità. In fondo, queste sono tutte poesie d’amore, abbiamo viaggiato per questo.

Alcune città di cui parli, le rendi umane, con tratti che si solitamente si attribuiscono a uomini e donne. come mai? che rapporto hai con loro? penso in primis a Milano…
Le città mi sono indispensabili, hai ragione, vengono fuori con tratti umani. Credo sia perché i miei stati d’animo e la mia capacità di osservare mutino, e si adeguino molto al cambiamento dei luoghi in cui vivo. Milano è la città in cui vivo da vent’anni, Venezia è il luogo in cui torno settimanalmente, Napoli è da dove vengo. Non so mai chi sia a cambiare se io o loro, forse lo facciamo entrambi, forse fingiamo.

Questo tuo muoverti, continuo, che realtà ha creato nel tuo vivere? penso alla facilità di un possibile disorientamento, o alla fortuna di nuovi incontri….
Entrambe le cose, direi. Muoversi spesso fa perdere l’orientamento, ma quella è una perdita necessaria per trovare qualcosa in più e, soprattutto, per guardare le cose dalla giusta distanza, capirle e amarle meglio, o lasciarle andare. Ogni volta che si fa un nuovo incontro è un colpo di fortuna, se siamo bravi, come minimo, impariamo qualcosa.

 

gianni montieri 3.jpg

 

Sono testi molto visivi, che rivoltano all’infuori il tuo vissuto, con una forma quasi cinematografica. può essere questa una lettura possibile?
Questa è una lettura sicuramente possibile, cinematografica o, forse, fotografica. Se pensiamo, soprattutto, ai testi della seconda parte, potremmo azzardare (ma non sono il più adatto a dirlo dei miei testi) che si tratti di fotografie scattate molti anni fa e sviluppate a distanza di tanto tempo, ma saremmo comunque un po’ imprecisi perché tra lo scatto e lo sviluppo è passato un sacco di tempo, il tempo in cui questi testi sono stati pensati, ed è per questo che sono poesie, credo.

In queste pagine si fa i conti continuamente con il vivere. e non sempre è facile. Penso alla seconda parte del libro, dai tratti dolorosi. Eppure è la tensione positiva del vivere che emerge. E’ anche questa una forma di resistenza, l’avere cura?
Credo che il dolore, la sofferenza, ma anche la comprensione, che emergono nella seconda parte dei testi, rendano possibile l’idea di serenità, di felicità possibile di gran parte dei testi della prima sezione. Avere cura è una forma di resistenza, come dici tu, ed è dimostrazione di coraggio, forza e dolcezza. Avere cura di tutto quello che abbiamo imparato, fare memoria, tenere dentro quello che va tenuto e poi prendersi cura di quello che verrà, di chi ci sta accanto, accorgersi delle persone e delle cose, essere uomini, tentare di fare meglio. Il nostro meglio.

Gianni Montieri “Avremo cura”, Zona editore, pp 65, 10 euro

 

Nota: L’intervista a cura di Giovanni Fierro è  uscita su Farevoci

 

 

 

 

 

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