Un’intervista su Avremo cura

Avremo cura - copertina solo prima

Intervista/recensione a cura di Filippo Di Nardo

 

Sono passati cinque anni da Futuro Semplice, primo libro di Poesie di Gianni Montieri, ed ora è nelle librerie: Avremo Cura, edito da Zona Contemporanea, con foto di copertina ed immagine dell’autore di Anna Toscano.

L’autore giuglianese attraverso (e con) questo volume, diviso in due percorsi, traccia un profilo umano e sociale di un mondo che può esserci distante, se ci giriamo dall’altra parte, ma talmente vicino quando si sfiorano sentimenti e stati d’animo.

Non tralascia i percorsi giovanili e non dimentica (come si potrebbe?) la sua città natale, la quale, seppur ormai distante, ha segnato una gioventù non troppo remota ma che, inesorabilmente, appartiene al passato.
Un passato che non si cancella e che sovente ritorna come fotografia in bianco e nero.

Questo libro mi ha innescato la curiosità del lettore e allo stesso tempo il desiderio di sapere come cambia lo style di un poeta (ma non solo) che in gioventù ha vissuto una realtà diversa dall’odierna maturità artistica ed umana.

Lo chiamo al telefono. La disponibilità è immediata.

Partiamo col confermare la forza onomatopeica, talvolta devastante, di ogni parola scritta: possiamo dire che il termine paura, di per sé, è vivere la quotidianità. Ma la parola futuro potremmo associarla all’ignoto?
Io, la parola futuro preferisco associarla alla speranza, anzi, alla curiosità. Il futuro è, forse, la nostra voglia di andare a vedere.

Milano, una città e il suo vivere: le manca il sole che scalda l’anima?
A ciascuno il suo. Milano ha un suo sole che non c’entra con quello del sud. Ha una sua luce, basta saperla trovare. I posti, credo, diventino un po’ come noi, se Milano ha un sole, per me, è perché me lo porto appresso, sarà vero? Però, non è male pensarlo.

Cominciando a leggere: “Infine furono le case di ringhiera…” m’è ritornato in mente un brano della PFM, Maestro Della Voce, dedicato a Demetrio Stratos. Che musica ascolti?
Spazio molto. Ascolto ancora parecchio rock, non mancano il jazz e il blues e i cantautori italiani, questi ultimi un po’ meno spesso di prima. Mi interessa molto il circuito del rock indipendente statunitense.

Scrutando l’urbanistica di una città, poniamo Marghera, potremmo farci un’idea della gente che la vive?
Marghera è un caso molto particolare, dovremmo provare a capire chi le sopravvive, o chi le è sopravvissuta. Eppure, certe mattine, quella architettura diventa di una bellezza assoluta. [continua a leggere su Melitonline.net]

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