Il condominio di Gaza

Ogni volta che penso a Israele, alla Palestina, a Gaza, alla Cisgiordania, penso a un condominio. Un condominio che un po’ di anni fa è stato costruito per dare spazi a chi non aveva spazio, a chi era mancata l’aria. A condominio finito, sono stati assegnati gli alloggi, ai vecchi proprietari sono toccati i box, le cantine e qualche piano rialzato. A chi era mancato lo spazio sono andati i piani più alti, pure qualche attico. Sbagliato? Giusto? Ormai gli alloggi sono assegnati. Ogni volta però che ci sono problemi nel condominio, e gli amministratori se ne fottono, e i bambini invece di giocare muoiono, a me vengono sempre due pensieri. Il primo è che i proprietari degli appartamenti migliori, quelli che manovrano e decidono tutto, dalle tabelle millesimali alla manutenzione ascensori, hanno un retropensiero fisso che fa “guagliu’ stavolta dobbiamo scassare tutto e ci dobbiamo prendere pure i box e le cantine, se ne devono andare ‘sti scassacazz'”. Il secondo pensiero dice, continuamente: “uè ma se tu prima stavi al terzo piano e la casa era tua mo’ ci staresti in un box?”

 

(questo commento non riguarda la maggior parte degli abitanti del condominio, brava gente e la brava gente non conta un cazzo)

 

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