I miei nonni e Marco Pantani

Pantani -foto guerinisportivo

Il ciclismo ho smesso di seguirlo, più o meno, quando Pantani ha smesso di farne parte. Ho salutato così lo sport, l’unica cosa che li univa, dei mie due nonni. Il Giro e il Tour li abbino a due divani diversi, uno per nonno. Nonno Saverio e nonno Giovanni adoravano Moser, non facevano distinzione tra Coppi e Bartali, almeno non nei miei ricordi. Nonno Giovanni commentava poco, nonno Saverio si esaltava proprio, un vero tifoso. Ricordo l’anno in cui Battaglin vinse il Giro, Saverio impazzì di gioia perché non aveva vinto uno dei favoriti; aveva vinto uno che aveva lottato, sudato. Nessuno dei due ha fatto in tempo a vedere correre Marco Pantani. Io e mie amici commentavamo le corse in dialetto, sapevamo perfettamente il momento in cui avrebbe acceso il motorino, l’attimo in cui – dopo essersi fatto sfilare di lato (scartando come il bufalo) – avrebbe sferrato l’attacco, andando semplicemente a velocità doppia, tripla, rispetto agli altri. Dovessi raccontare Pantani a Saverio e a Giovanni, partirei da quegli attimi lì, sorridendo direi loro che mentre li superava li guardava, guardatemi adesso che poi dopo la curva non mi vedrete più. Quando Pantani ha smesso di andare in bici ho dimenticato i nomi di tutte le sue montagne, per scriverli qui adesso dovrei cercarli su Google e non avrebbe senso. Pantani mi aveva fatto venire voglia di essere nato in quei posti dove vinceva, di conoscere ogni cosa di quei posti, di quelle vette. Quando è morto non mi sono molto stupito, ma ho pianto come quando morì Massimo Troisi e se pensate che l’uno non c’entri con l’altro non avete capito niente. Non mi piace la neve, non ho mai sciato, da quando Pantani ha smesso di andare in bici ho scordato le montagne.

© Gianni Montieri

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