Sei variazioni su Il pifferaio magico

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(SEI VARIAZIONI SU “Il PIFFERAIO MAGICO)

Hamelin non è mai stata una piccola città. Hamelin si espandeva di giorno in giorno, era gonfia, ingorda. Era, decisamente, brutta. Ma cosa vuoi che ne sappiano i bambini? Quando si è piccoli nulla, di queste faccende, si dovrebbe sapere. Non sapevamo, ad esempio, che i governanti erano loschi e si arricchivano nel malaffare. La piazza principale del paese era popolata da vecchi con le facce più assurde. Volti grigi, alcuni avevano le bocche sdentate. Non capivo perché nessuno finisse di costruire le case. Ad Hamelin, la sera, in cameretta, mia sorella calze bianche e io maglioncino azzurro, ascoltavamo fiabe.

*
La mia fiaba preferita “Il pifferaio
magico”, la ascoltavamo di sera
da un mangiadischi arancione
due bambini e gli anni settanta
conoscevo la filastrocca a memoria
“…e suonando una melodia, tutte
tutte le ho portate via…” in piazza
si riunivano i vecchi: brutti nasi,
facce segnate. Li mettevamo
per gioco al posto dei topi
poi andavamo a letto, aspettando
che passasse il pifferaio a portarli via.

****

Questa città di Hamelin cresceva in lungo e in largo, come un drago a mille teste. I topi si moltiplicavano, lordi o unti. La delibera chiamata “pulizia”, che ammetteva l’impegno di spesa per l’invito al Pifferaio magico, era profondamente sepolta da migliaia di scartoffie che richiedevano la priorità. Abusi da camuffare, licenze da elargire, appalti da assegnare a topi in crescita, figli di ratti maggiori. Noi bimbi facevamo i compiti, i nostri genitori cenavano con noi tutte le sere, non dovevamo avere paura. Eppure bisognava stare attenti a tornare da scuola, fare in fretta. Le scuole, le case, i cortili, erano posti sicuri, le strade no. Una volta, a un pranzo, sentii dire da qualcuno “Ormai lavorare è impossibile”. Non capivo, ma sospettai fosse colpa dei ratti. Ad Hamelin, nei sogni da bambino, a giorni alterni, volevo fare il salumiere o il benzinaio. Insomma pifferaio del piffero, se proprio non ce la fai a portarti via i topi, passa alla seconda parte della fiaba: porta via noi.
*
Anni ottanta: il pifferaio non passava
suonava per le strade una strana musica
erano pochi accordi, erano raffiche
non era nelle rughe di quei vecchi
il marcio, altri segni, altre piaghe
incidevano l’asfalto, le case.
“State calmi, state calmi non c’è
nulla di tragico…” Un meccanico
fu colpito per sbaglio a venti metri
dalla nostra scuola media.

*****

Ormai sapevamo. Conoscevo molti dei ratti per nome. Il ratto che finiva in carcere, fosse anche solo per un mese, diventava un ratto di grado superiore. Cambiava macchina, atteggiamento. Scopava più di te. Il ratto poteva offrire cene, tu manco un gelato. Il ratto, spesso, aveva giocato con te da piccolo. Il ratto era stato il tuo compagno di banco. Ad Hamelin non c’era niente e nessuno che potesse venire a salvarci, figuriamoci un ometto con un piffero. La mente tornava spesso a quella fiaba, insomma se esisteva un posto che non c’entrasse nulla con le favole era la nostra Hamelin. Un amico che faceva il classico prese un dieci in storia, rispondendo all’interrogazione in greco. Lo raccontò a bassa voce, raccomandandosi di non dirlo in giro. Il fatto di conoscere tutti i gruppi rock dell’universo, invece di renderci migliori, ci rendeva snob. Hamelin, che posto del cazzo. In poco meno di due mesi morirono Kurt Cobain, Massimo Troisi e un vecchio compagno delle medie. Così stavano le cose a Seattle come ad Hamelin. “’Cause they don’t have any feelings, something in the way mmmmh, something in the way…”
*
Stavamo crescendo ma imparare
era un altro discorso. Dire di un voto
alto poteva essere pericoloso
un otto potevi bilanciarlo con due
o tre gol, un nove con un bacio
alla più bella della classe. I Nirvana
stavano già sparendo e il pifferaio
ancora non si era visto, di magico
era passato solo Diego Maradona
più raramente qualche stella
sulla quale inciampare ubriachi.

*******

Nell’immensa periferia di Hamelin era facile trovare depositi di rifiuti di ogni specie, bastava che il primo stronzo abbandonasse una sedia a far sì che tutti si sentissero autorizzati all’imitazione. Discariche a cielo aperto. “Ma tu te la ricordi ancora la canzoncina del pifferaio magico?” “Certo che me la ricordo.” “Pensa se arrivasse oggi e, a colpi di flauto, si portasse via tutta questa merda.” “Già, ma mi sa che sarebbe tardi anche per lui.” “Facciamo prima ad andarcene noi, qui è tutto fottuto, perduto”. Ad Hamelin eri, comunque, costretto a parlare con tutti, anche con i ratti. Uno dei peggiori ratti, ad esempio, giocava benissimo a calcio. Una volta lo cercò la Fiorentina, ora credo sia morto.
*
Il quarantacinque giri aveva raccontato
di quest’uomo che dall’India all’Africa
suonando il flauto salvava tutti quanti
“… dirò solamente che in India tempo
fa c’era una città piena fino a qua …”
eppure qualsiasi parallelo scegliesse
non era mai il nostro. Giugliano, Marano,
Villaricca, Qualiano non erano mappate.
La musica cambiò comunque, al ritmo
insondabile delle scorie radioattive
si alternarono: i neomelodici.

*****

L’abbigliamento pacchiano era il primo elemento per distinguere il ratto da una persona per bene. Gli occhiali da sole a specchio, le lampade al viso. Preferivo i tossici, avevano dignità. Col senno di poi, almeno parzialmente, sbagliavamo, ma, a quei tempi, abbinare ratto grande da fogna con cantante neomelodico tamarro fu automatico. Ad Hamelin c’erano nuovi bambini a cui si raccontavano le stesse fiabe. Le nostre erano diventate i libri. Libri da divorare, da imparare a memoria, da leggere e rileggere. Libri sotto il braccio, libri sul comodino. Letteratura contro la fogna. Non bastava, certe sere sembrava che le speranze le avessimo riposte in tutto, tranne che in noi stessi. Avessimo capito, allora, che ogni libro è un flauto. Ogni lettore, o scrittore, il pifferaio magico.

*
I topi ingrassavano e si moltiplicavano
vestivano di arancione, di giallo, di rosso
il grigio si mimetizzava dietro i denti finti
dei manifesti elettorali, nelle macchine
turbo, sedici valvole, quattro marmitte
il pifferaio non veniva, nessuno spiraglio
musica orribile dai Pioneer, dai Majestic.
Le fogne si allargavano in ogni direzione
case abusive a sei sette bagni, statue
di marmo, d’ottone svettavano su noi
toglievano il respiro, uscivamo la sera
a bere birra, non c’era nulla di tragico
noi avevamo i libri, eravamo diversi.

*******

Raccogliere quattro cose nella borsa e scappare da Hamelin. Jeans, maglione rosso e andare via. Così fu. Oggi Hamelin ha più di centomila abitanti, è sconfinata. Il sindaco di adesso è lo stesso di vent’anni fa ma tutto è cambiato, in peggio. Quei ragazzi scampati alla fogna, presi in giro dai ratti, dove sono finiti? Se mi guardo allo specchio mi vedo e li vedo, la maggior parte è rimasta lì, a tener duro. La maggior parte è brava gente che si tiene in piedi sul marcio. Pensavo da ragazzino che se il pifferaio magico fosse arrivato, avrebbe condotto tutti i ratti nel Lago che c’è appena fuori Hamelin e che, proprio al centro del bacino, si sarebbe aperta una voragine e addio. Michele Mari ha immaginato un terzo fratello Grimm (forse un quarto), probabilmente, per far funzionare la fiaba, dalle nostre parti, ci sarebbe voluto un quinto o un sesto fratello, che so, un Don De Lillo Grimm, tanto per capirci. E se fossero i bambini di adesso a compiere la vendetta del pifferaio? Costruire sul marcio per mantenere una promessa?
*
Qualunque fosse la musica nelle cuffie
quali fossero i libri chiusi nello zaino
il tema suonato era quello della fuga
contemplo da lontano due decenni
nessuna melodia a portarci via
così giovani indifferenti e sterili;
ho la stessa barba di chi è rimasto
attaccato con le unghie a un’idea
una voragine, un mattone pieno.

*

ogni tanto qualcuno, suonando o meno, ci portava al mare. Ci avesse lasciati sull’arenile, tutto il tempo a venire, nessuno di noi avrebbe avuto da ridire.

(c) Gianni Montieri

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Questa fiaba è inclusa nel libro  Di là dal bosco a cura di Francesca Matteoni
per ordinare il libro scrivere a info@dotcompress.it

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